#Cannes2019 – The Wild Goose Lake, di Diao Yinan

La pioggia, la periferia, le luci al neon di un albergo, poi un uomo e una donna. Bastano poche inquadrature e pochi “ingredienti” a Diao Yinan per immergerci subito nel tono noir di una nuova e impenetrabile giungla d’asfalto cinese. Zhao incontra Liu: lui è un gangster ferito e in fuga, lei è una prostituta/femme fatale mandata dal clan “in sostituzione della moglie”. I due si studiano, poi iniziano a parlare. Il rumore della pioggia e quello di un treno interrompono costantamente il loro discorso e allora sono i flashback del recentissimo passato a ricostruire la vicenda come in un puzzle: c’è stata una riunione degli stati generali della malavita in quell’albergo, le zone della città sono state spartite, ma i dissidi tra clan hanno provocato una violentissima rissa. Si organizza allora una sfida in moto: Zhao fugge braccato dai rivali e per errore uccide un poliziotto. In breve tempo si troverà ad essere inseguito da tutte le famiglie rivali e dalla polizia. I media diffondono la notizia: ci sono 300.000 yuan di taglia sulla sua testa e la ricerca è tutta concentrata sulla zona del lago circostante.

Dopo Fuochi d’artificio in pieno giorno il regista cinese Diao Yinan torna quindi alle tematiche di genere a lui care (un crime movie violentissimo tra decapitazioni e ombrelli usati come coltelli), attraversate però da una sofisticata atmosfera di contemplazione esistenziale (i riferimenti al cinema di Jia Zhang-ke e Wong Kar-way sono sin troppo evidenti con suggestioni visive palesi) in un ibrido di indubbio fascino. È un film caotico e notturno questo The Wild Goose Lake, dominato dalle geometrie visive dei lunghissimi inseguimenti e dalle coreografie rituali degli scontri tra bande, alternate a momenti di dilatazione temporale e contemplazione degli spazi vuoti come unica interfaccia emotiva (c’è ancora bisogno di ricordare l’influenza di Antonioni su molto cinema cinese della sesta generazione?).

Insomma è un cinema molto colto e consapevole quello di Diao Yinan, un regista che utilizza ancora una volta i segni del noir (dai classici di John Huston e Howard Hawks sino alle riscritture honkonghesi anni novanta) in una riflessione tutta personale sul caos della contemporaneità: il montaggio è per buona parte scandito dai media e dalle videocamere di controllo che braccano Zhao e tentano di anticiparne i movimenti. Le informazioni sull’uomo da 300.000 yuan, pertanto, viaggiano per l’intera città ben più velocemente dei suoi rivali in carne e ossa. I fasci di luce artificiale alla Yu Lik Way, infine, producono improvvise ombre espressioniste che deformano forme e volumi accentuando questa caduta nella notte degli istinti (con tanto di scena animalesca in uno zoo). Certo, il riferimento più ovvio potrebbe essere PTU di Johnnie To, ma l’esperienza di perdita nella notte aveva ben altro spessore teorico in quel caso.

Rispetto a Fuochi d’artificio in pieno giorno la regia di Diao Yinan si fa qui più manierata e autocompiauta, è vero, con la ricerca ossessiva della bella inquadratura come rischio sempre dietro l’angolo. Eppure, nonostante i suoi limiti, il fim conserva uno strano fascino malato: intere sequenze costruite su ombre e corpi sudati che s’incontrano, con la pioggia ipnotica che attraversa le superfici riflettenti e materializza fantasmi espressionisti sotto forma di gangster armati o femme fatate amate. Per poi ritrovarsi incastrati in una definitiva scelta morale da compiere… o forse già compiuta.