#Cannes2019 – Tommaso, di Abel Ferrara

Questo home movie per interposta persona che Abel Ferrara affida all’amico Willem Dafoe immaginandolo nelle sue cose, nella sua casa… rimane puro cinema in ogni singola inquadratura

Una panoramica discendente inquadra le finestre interne di un palazzo, poi giù sino al portone d’entrata aperto da un uomo (è Willem Dafoe, si muove come Abel Ferrara, ma si chiama come l’amico scomparso Tommaso Borgstrom) che prima attraversa una zona quasi completamente al buio e poi arriva finalmente alla luce di un cortile assolato salendo quelle scale. L’inquadratura dissolve ora sul cielo. Ecco: la magnifica prima sequenza di Tommaso configura già tutto quello che ci serve per comprendere le intime motivazioni del progetto. Perché questo movimento ascensionale si ripeterà più e più volte nel film in un altro appartamento, quello nel quartiere Esquilino di Roma (a due passi da Piazza Vittorio…), dove il regista americano Tommaso abita con la giovane moglie di origine moldava e con l’amata figlia di tre anni che parla già tre lingue diverse. Uno spazio sacro dove preparare il pranzo e veder ballare la bambina imitando uno show televisivo, poi subito dopo compulsare il computer e immaginare le sequenze di un prossimo film. Un appunto preso di corsa su un foglio accartocciato, mentre le orecchiette sono in cottura, fonde naturalmente l’esperienza quotidiana di un uomo alla futura vita di un personaggio sul grande schermo. E allora: questo home movie per interposta persona che Abel Ferrara affida all’amico Willem Dafoe immaginandolo nelle sue cose, nella sua casa, nelle sue fobie e affiancandolo alla propria moglie, alla propria figlia, al proprio modo di lavorare… resta indiscutibilmente puro cinema in ogni singola inquadratura. Insomma da Mulberry Street a Colle Oppio, Ferrara non perde un grammo della sua capacità di (rac)cogliere singoli frammenti di storie dagli angoli più impensati per poi montarli portandoli al punto di ebollizione di un sentimento (che è di per sé universale).

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L’alter ego Dafoe/Tommaso, pertanto, è perfettamente inserito nella galleria dei suoi personaggi precedenti: come i gangster di Fratelli o King of New York e come i vampiri di The Addiction o Il cattivo tenente, il punto della questione rimane sempre il concetto di redenzione come processo permanente da testare nell’inferno delle strade, nel contatto con le persone, tra i demoni immaginati nel buio della notte. Il contatto con le varie anime del quartiere apre lo sguardo di Tommaso a inserti visionari che non tracciano mai un riconoscibile confine tra i fenomeni e lo stato onirico: le tentazioni del sesso tra bariste prorompenti e allieve accondiscendenti, le tentazioni dell’alcool e della droga perse nei meandri di un parco e allontanate nelle riunioni degli alcolisti anonimi o nelle dolcissime lunghe passeggiate con la figlia. È per questo che Occhi di Serpente è forse il film più vicino a Tommaso con l’evidente traccia autobiografica filtrata in entrambi i casi da un alter ego regista che interagisce con le rispettive compagne (del 1993 e del 2019). Quindi è ancora la memoria del cinema a schiudere i ricordi privati: nella confessione degli eccessi sul set di un film del passato Tommaso racconta la commovente sensazione attuale di “sentirsi vivo” e il desiderio di continuare a esserlo. Tommaso (il personaggio e il film) si muove sempre dall’alto al basso e viceversa, impastando alla vita la meditazione buddista che Ferrara ha abbracciato negli ultimi anni (e che nel film si sostanzia nelle frequenti meditazioni del personaggio). Scende e risale le scale, quindi, oscillando tra il desiderio di essere un padre all’altezza e gli incubi della fine di tutto, l’attrazione per la bella moglie e la gelosia con le visioni di improvvisi tradimenti, la difficoltà nel gestire i suoi ruoli sociali e il desiderio sincero di non fare gli stessi errori del passato.

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Un cinema di una sincerità lancinante con sprazzi violenti alla Driller Killer che evidentemente covano ancora come lava ardente nel vulcano delle immagini ferrariane. Ed è per questo che il controcampo della redenzione non può che essere la creazione, anch’essa un processo permanente da testare per le strade. Quindi storyboard, pensieri, appunti, visioni provenienti dal prossimo progetto Siberia vengono montate con video rubati da YouTube confondendosi nella contingenza della vita tra piatti di pasta da preparare e lampade da riparare, lezioni di recitazione da fare e lezioni di italiano da seguire. Che poi questi avvenimenti siano ispirati a fatti reali o del tutto romanzati poco importa: ogni evento di questo Tommaso ci racconta il sentimento di un uomo (Abel? Willem? Tommaso?) che riesce sempre a farsi cinema con un solo raccordo di sguardo.

Un cinema di resistenza quindi: umana, professionale, produttiva ed estetica. Ferrara gira con piccoli dispositivi digitali, immerge Dafoe nel caos romano e accende magnifici momenti di cortocircuito quasi godardiani: nella metro di Re di Roma la gente si volta a guardare il “divo” Willem Dafoe mentre Ferrara documenta questi attimi di verità nella finzione. E poi nel momento più duro della crisi con la moglie, quando Tommaso si affaccia alla finestra del suo appartamento con le mani appoggiate alle ante, Dafoe è (già) crocefisso e per un attimo vediamo riflessa la piccola videocamera sul vetro. Il percorso di quest’uomo è quindi già tracciato dalle configurazioni e sta già reiterando le parabole ferrariane: dai quesiti spirituali del periodo con Nicholas St. John agli eccessi delle immagini (drogate) di Blackout per poi arrivare alla fine del mondo (delle immagini) di 4:44 Last Day on Earth. Un percorso che si coagula in questo film tornando nella parte finale alle tracce di un cattolicesimo ferito e sofferto con potenti visioni interiori che esplodono sfruttando anche l’icona Dafoe e gli echi dell’Ultima tentazione di Cristo scorsesiana.

Abel Ferrara fa sempre cinema, in ogni mo(vi)mento. Il suo Tommaso si muove per il quartiere espiando i propri peccati con visioni perturbanti, ma finisce per donare letteralmente il cuore al proprio spettatore: il cinema resta quindi l’unica addiction ancora possibile e l’ultima tentazione ancora rappresentabile in una condizione di autoimposta “sobrietà”. Perché per preservare i propri affetti più cari da quegli antichi demoni interiori bisogna ostinatamente creare altre immagini per salvarsi la vita… e sì, abbiamo ancora un disperato bisogno di immagini così sincere.

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