#Cannes68 – A Tale of Love and Darkness, di Natalie Portman

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Una madre che parla al figlio. Una mano che si muove nella semioscurità, magicamente. Tutto comincia con un racconto. Da sempre, da che il mondo ha cominciato ad avere e produrre memoria… I racconti danno forma all’immaginazione e nutrono i sentimenti. Ma qui si parla di un luogo abbandonato, di una terra deserta. E già, immediatamente, la desolazione si offre come controcampo della fantasia e dell’invenzione, il vuoto contro le strutture…
Sette anni dopo l’interessante esperimento di Eve, Natalie Portman arriva al lungometraggio, confrontandosi con il fortunato bestseller autobiografico di Amos Oz. Un adattamento, dunque, un’operazione che pone questioni di fedeltà, adesione di sguardi, appropriazione. Ma, innanzitutto, un ritorno a casa. Il fatto che, seguendo i percorsi di Oz, la Portman racconti gli anni turbolenti e memorabili della nascita di Israele, appare come la volontà di tracciare un albero genealogico che parta dal principio, dalle origini di una storia e di una nazione… Fino a scavare nella memoria segreta delle parole, nei legami nascosti delle cose, tra le etimologie che raccontano strutture di pensiero, visioni del mondo, metafisiche e morali.
Così come già in Eve, lo sguardo della Portman sembra riconoscere nel passato il tempo della famiglia. E quindi il luogo delle relazioni più profonde e decisive, dei dolori più atroci e incancellabili. Ma anche il terreno fertile di ogni ispirazione e vocazione.
A poco a poco vengono a comporsi i tasselli di una poetica, ancora molto parziale, ancora di superficie, ma già evidente. Al punto che la figura di Oz scompare ben presto dall’orizzonte, per lasciar spazio ad altri bisogni, altre prospettive più personali. La Portman si appropria del suo mondo con decisione, fugando ogni rischio di asservimento. E perciò non meraviglia che, a conti fatti, la vera protagonista del film sia lei, nei panni della madre Fania, la “magica narratrice” sconvolta dall’ordinario squallore di un mondo lontano anni luce dal sogno. È una specie di proiezione totale, in cui l’attrice mette in gioco se stessa con una visceralità coraggiosa, facendo aderire sguardo e corpo, mente e cuore. La sincerità di A Tale of Love an Darkness è fuori questione. Ma questa immedesimazione piena è destinata a scontrarsi ben presto con una pretesa autoriale quasi ingenua. Fino a far vacillare la struttura dell’intero film. Il punto di vista su cui è costruito l’intero racconto, quello del piccolo Amos, diventa quasi un pretesto che cede il passo ad altre parabole esistenziali che si confondono e si accavallano. E la correttezza della ricostruzione s’incrina dinanzi alle vibrazioni della metafora. Tutto appare sin troppo pieno, denso, carico di implicazioni e segni, al punto che le immagini sembrano voler offuscare gli occhi e doppiare l’esile trama dei rapporti. La Portman punta in alto, ma le sue spalle non sembrano abbastanza forti da reggere il peso. Non può che rifugiarsi nella convenzione del linguaggio. E alla fine, oltre all’incredibile carica emotiva della sua presenza, non riesce a concederci la libertà di nessun altro pensiero, nessun’altra emozione, che non sia “già stata scritta”, già narrata.