#Cannes68 – Cemetery of Splendour, di Apichatpong Weerasethakul

Son le cose
che pensano ed hanno di te
sentimento. Esse t’amano e non io
come assente rimpiangono te
Son le cose prolungano te

Traendo spunto da un misterioso episodio “realmente” accaduto alcuni fa, Apichatpong dà ancora una volta forma al suo mondo da “sogno”. Utilizza in maniera funzionale alla narrazione la menomazione della sua fantastica attrice protagonista, Jenjira Widner, vittima anni fa di un grave incidente motociclistico, e riscopre la città della sua giovinezza, i luoghi dell’infanzia, la sua vecchia scuola. S’ispira alle ricerche delle neuroscienze e, stavolta più che mai, lascia che la trama si dipani lungo le oltre due ore del film.

A Khon Kaen, città della regione di Isan, a nord della Thailandia, in un ospedale improvvisato là dove sorgeva una scuola, sono ricoverati alcuni soldati affetti da una strana malattia del sonno. Non sembrano esserci cure sicure. L’unico esperimento è costituito da uno strano macchinario luminoso che cambia colore e prova a interferire sui sogni e la qualità del sonno. Uno dei soldati, di nome Itt, viene preso a cuore da Jenjira, una volontaria disponibile e generosa, nonostante sia costretta a convivere con un’invalidità permanente alla gamba destra. Tra i due si crea, a poco a poco, un legame profondo. E a far da tramite, nei momenti in cui Itt è addormentato, è una ragazza, Keng, dotata di poteri mediatici. Resta il mistero sulle cause di questa strana malattia. Che una spiegazione sia contenuta nel diario di Itt?

Cemetery of Splendour è la dimostrazione di quanto il cinema di Apichatpong sia, prima di tutto, realistico. Nella misura in cui ogni visione o discorso può partire soltanto dagli elementi concreti che abitano il set, quelli che ne disegnano gli spazi e i volumi e ne delimitano i contorni. È quasi un cinema rosselliniano per la sua capacità di usare i mezzi a disposizione e adattarsi al mondo, per ridargli senso. Non c’è mai, all’interno di queste immagini, qualcosa che assomigli a un trucco “fantastico”, l’evidenza di una manipolazione artificiale, qualcosa che materializzi immediatamente, in maniera palpabile, tutte le altre dimensioni possibili, l’onirico, il sovrannaturale, la memoria, l’utopia… In Zio Boonmee vi erano alcune tracce di un modo di procedere “letterale”. Ma ora, davvero, non più nulla, oltre le cose concrete. Qui, in questo mondo, non possono esserci braccia che si allungano o lingue che si annodano alla gola, come nell’assurdo trailer a cui assistono Jenjira e Itt. Eppure ciò non vuol dire che queste dimensioni ulteriori non esistano. Anzi…

Il punto, forse, è ripensare le differenze tra il piano del reale e quello del fantastico. E sulla questione, la consapevolezza teorica di Apichatpong è disarmante. Se io do una forma precisa, netta, se do un volto all’incorporeo, ritorno immediatamente al reale. Per esprimere l’altrove, non posso che liberarmi dall’urgenza del figurativo. Il fatto che io stia lavorando sulle immagini non mi dà poteri di intervento sulla materialità del set. Ciò che posso fare è lavorare per spostamenti di senso, per variazioni che avvengono sul tessuto esterno delle immagini, sulla loro articolazione e composizione nel linguaggio e nella sintassi, sul modo di declinare il rapporto tra ciò che viene inquadrato e ciò che viene detto, i suoni e i rumori. Il palazzo splendido e misterioso, nel finale, assume una forma solo grazie alle parole di Keng/Itt.

cemetery3Apichatpong non ha bisogno di essere visionario per liberare la sua immaginazione e donarle vita. Come un altro Herzog, a partire da uno schermo bianco, neutro, espande le potenzialità del cinema per spostare di segno le cose. Il suo sguardo non opera incarnazioni, procede per trasfigurazioni. Le anime non si materializzano, semplicemente trasmigrano tra i corpi e le cose. Si potrebbe pensare che le sue immagini stiano dalle parti del simbolico. Ma i corpi e le cose non sono semplicemente segni che rimandano ad altro. Sono, innanzitutto, residui, macerie, tracce del passato rimaste nel presente, o frammenti del futuro caduti sulla terra. Sono grumi di vita ricresciuti sulle cose morte o su quelle ancora a venire. Cemetery of Splendour è un film di puro spirito che ha una consistenza carnale ed erotica potentissima. Cinema fantascientifico sulla memoria e sulla Storia, che sfiora il dato politico e sociale senza cedere alle tentazioni del documento, che parla del presente come se fosse l’altra faccia dell’assenza, un mistero nascosto nelle pieghe di un abisso da esplorare con gli occhi sgranati. È come una porta alchemica segreta, che unisce gli uomini e gli dei, i pianeti, le costellazioni, le epoche.