#Cannes68 – Dheepan, di Jacques Audiard

Una zona di fuoco dentro Parigi. Ma lo sguardo estraneo sulla banlieue sembra ispirarsi a Montesquieu e alle sue Lettere persiane, il romanzo scritto dal filosofo francese nel 1721 dove la Francia era guardata attraverso gli occhi di due viaggiatori persiani. Il titolo, in quest’ultimo film di Jacques Audiard, prende invece il nome dal protagonista. Dheepan è una ‘tigre tamil’, membro di un gruppo nazionalista che si batte per l’indipendenza dello Sri Lanka, che decide di fuggire dal proprio paese insieme a una donna e una bambina di 9 anni che spaccia per sua moglie e sua figlia. Si conoscono appena e a Parigi tentano di costruire una vita migliore. Ma non sarà facile.

dheepanLa macchina da presa del cineasta francese si attacca sui protagonisti, ne diventa a tratti quasi una specie di seconda pelle. Si affida agli attori tamil non professionisti Anthonytasan Jesuthasan e Kalieaswari Srinivasan, ne cattura paure, tensioni, movimenti del corpo con cui cercano di comunicare per superare la barriera della lingua. Non è solo un film sulle banlieues e sull’immigrazione. Ad Audiard non interessa. C’è invece un senso di soffocamento che chiude lo spazio. Come la discoteca di Sulle mie labbra e il penitenziario di Il profeta. Il suo cinema torna a una fisicità nervosa. Ogni inquadratura è come uno schiaffo. Cattura suoni, scontri, colori che diventano pirotecnici come nella scena dei fuochi d’artificio. Il suo sguardo sembra gettarsi a capofitto. Dheepan cerca di ritagliarsi uno spazio suo per poi poterlo dominare, proprio come Malik in Il profeta. Il cortile diventa un’altra zona di fuoco, come nelle immagini che si vedono in tv. La tensione è altissima, evidente nei tentativi di dialogo tra la finta moglie del protagonisti e il figlio spacciatore dell’uomo da cui va a fare le pulizie. Si sente sempre un’energia esplosiva nel suo cinema, stavolta ancora più assordante, quindi più scomposta.

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La guerra non è finita in Dheepan. Si è come spostata su un altro posto. Mobili che volano dall’alto, due momenti di sparatorie esemplari, scontro tra il protagonista e il suo colonnello. Audiard non trattiene il movimento e il continuo attrito creato sembra contagiare tutto. Dheepan canta una canzone del suo paese. La parola è come un gesto disperato, come un’altra azione di guerra.

dheepanPoi, lo sguardo degli altri. I tre personaggi vivono con la paura di essere visti. Si nascondono anche istintivamente, si riparano nella loro non conoscenza del francese. Simulano malamente (l bacio dato dalla madre alla figlia davanti la scuola) perché non hanno neanche voglia di recitare. Questa ricchezza, come sempre, strabordante, nel suo cinema, qui appare sempre al limite. Così diretta che a tratti colpisce e va via e non lascia sempre i suoi segni come negli ultimi due straordinari Il profeta e Un sapore di ruggine e ossa. Ma non è un problema di Dheepan. Sono quei due film che sono troppo in alto. Questo è un film teso e complesso, dove sulla scrittura sembra passare l’azione come un rullo compressore. A tratti è anche troppo pieno. Non è un problema di durata. Dheepan si dilata percettivamente oltre il tempo che vuole rappresentare. Andrebbe forse visto in due parti separate. Per assorbirlo meglio, proprio come il Casanova di Fellini. Il regista romagnolo ci metteva tutto il suo mondo visionario. Qui, nel cinema di Audiard, lo crea il suo impeto. Con quel senso di straniamento del più bel film di Jim Sheridan, In America, che qui paradossalmente potrebbe essere uno dei suoi limiti. Perché questo è un cinema che va assorbito tutto. Non ha bisogno di spiegare niente. Le righe del campo di calcio che non viene finito lo rappresentano in pieno. Forse per questo aveva bisogno di un taglio deciso nel finale. Le altre vite nel cinema di Audiard ce le immaginiamo noi. È lui che ce lo ha insegnato.

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