#Cannes68 – Irrational Man, di Woody Allen

Presentato in Fuori Concorso Irrational Man di Woody Allen. Ennesima variazione su tema del Raskol’nikov dostoevskiano, in cui cercare ancora un’intima ragione per filmare…

Il cinema di Woody Allen sopravvive come un “caro e lontano ricordo”. Ci eravamo lasciati così, giusto qualche mese fa, tifando evidentemente per quel timido tentativo di riattivare una magic in the moonlight pian piano persa nel tempo. Ed eccoci già tornati a parlare dell’ultimo razionalissimo Allen, che qui ci presenta il suo prototipo di uomo irrazionale: un Joaquin Phoenix perfettamente a suo agio nei panni di un professore di filosofia (Abe Lucas) che sembra appena uscito dal set di Vizio di Forma. Perché i segni di Doc Sportelo se li porta addosso come scorie il buon Joaquin, anche qui in balia della proverbiale accidia e della perdita di senso di un mondo che costantemente lo aliena. C’è persino un’inquadratura identica (il plongée dall’alto, in primo piano e sguardo fuori campo) che lega i due film in una curiosa rima visiva, probabilmente involontaria, ma certamente significativa per capire le intime ragioni di questa curiosa irruzione di Phoenix nell’universo-Allen.

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Ma chi è quest’uomo irrazionale? Ovviamente per Allen è l’ennesima variazione su tema del Raskol’nikov dostoevskiano, un uomo che tenta di sabotare il ragionamento razionale (si citano Kant, Kierkegaard, Husserl, Hannah Arendt, in sequenza rapida come un bignami per studenti) sbloccando gli istinti sopiti attraverso un’azione fine a se stessa. Ossia l’omicidio di un uomo ingiusto, che per Allen è anche il riattivarsi di un McGuffin hitchcockiano che dia linfa e azione al suo stanco filmare. L’occasione è una conversazione captata per caso in un ristorante, il racconto convincente di un cattivo giudice, ed ecco che il piano per il delitto perfetto è servito. In questo preciso teorema da (di)mostrare, però, si frappone l’amore: l’incontro con Emma Stone, una promettente studentessa infatuata delle teorie un po’ romantiche e un po’ decadenti del disilluso professor Lucas.

E allora: il cinema di Allen è veramente come quel treno nella notte che citava Truffaut tanto tempo fa. Questo è un film col pilota automatico, perfettamente “in orario”, che riattiva una miriade di input interni (Crimini e misfatti fuso a Misterioso omicidio a Manhattan, Match Point fuso ad Anything Else) ed esterni (la roulette russa del Cacciatore di Cimino o gli specchi de La Signora di Shanghai di Welles), instradando troppo comodamente lo spettatore in un percorso guidato (al ritmo di Jazz onnipresente) dal quale è impossibile fermarsi per una sosta imprevista. Forse perché il prossimo viaggio alleniano incombe già…

Chiediamoci ancora una volta: cosa rimane del cinema di Allen? Qual è il senso di tutto questo “adattarsi” (come si chiede spesso Joaquin)? Ecco: forse la risposta ce la dà proprio il professor Lucas, che in un bel dialogo a cena con la sua studentessa preferita la sconsiglia caldamente di innamorarsi di lui. “Perché?” risponde lei. Perché “tu sei migliore di me“, sentenzia lui regalandole un vecchio libro di poesie. Insomma il regista che da più di un decennio costruisce faticosi meccanismi nei quali è sempre più arduo che penetrino le (antiche) Stardust Memories emotive, trova qui l’unica risposta possibile alla crisi umana e professionale del suo protagonista. Allen ha ancora il coraggio di trovare una musa e di eleggerla a unica ragione di “fare cinema”, regalandole un film: questo ultimo dittico letteralmente dominato dal primo piano di Emma Stone lo dimostra palesemente. E in un’opera che dal punto di vista filosofico, cinematografico o puramente narrativo non aggiunge veramente una virgola alla sua altissima carriera, rimane comunque un volto che illumina l’inquadratura di luce propria. Rimangono tante passeggiate e chiacchere nelle quali trovare un “senso” solo perché si è trovata la donna (o l’attrice…) giusta per l’ultimo “viaggio in treno” nella notte.

Insomma nel continuo e faticoso sopravvivere del cinema di un vecchio leone, sono questi piccoli segni di vita a cui bisogna aggrapparsi. Perché per tutte le altre alte riflessioni bastano e avanzano i ridondanti fantasmi ultra-letterari dell’ennesimo Raskol’nikov alleniano.

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