#Cannes68 – Mountains May Depart, di Jia Zhang-ke

Una storia di famiglia e di amicizia nell’arco dal 1999 al 2025. Tutto comincia da Fenyang, il luogo delle origini, quella città dello Shanxi in cui si aggirano ancora gli spettri di disperati pickpocket, quella piattaforma da cui osservare il mondo che cambia e gli affetti che restano. Tao, un’allegra e splendida cantante, è corteggiata da due amici. Zhang, il più intraprendente, è proprietario di una stazione di servizio ed è determinato a far fortuna per cambiare a tutti costi. L’altro, il più pacato e silenzioso Liang, lavora in una miniera di carbone. Destini che si biforcano, classi sociali in divenire. Messa alle strette dalle insistenze dei due spasimanti, Tao comprende che l’innocente relazione a tre dell’adolescenza non può più andare avanti. Deciderà per Zhang, lo sposerà e avrà un figlio, chiamato, guarda caso, Dollar. Il deluso Liang sceglierà di abbandonare Fenyang. L’utopia della felicità è al tramonto. E difatti, quindici anni dopo, ritroveremo Tao come una donna sola e disillusa. In un dolorosissimo incontro, saluterà il figlioletto, in procinto di trasferirsi in Australia con il padre. Il lutto è compiuto. Un decennio più tardi, nel 2025, proprio il giovane Dollar, immigrato di seconda generazione perfettamente integrato, sarà spinto a riscoprire le proprie radici dimenticate.
mountainsTre episodi e tre formati differenti: 1,33 – 1,85 – 2,35. Dal 4/3 al definitivo 16/9, è una progressione geometrica inarrestabile che descrive il volgere del tempo non tanto attraverso il cambiamento delle trame visive e dei canoni estetici, quanto con il mutamento dei mezzi e le innovazioni tecniche nel campo del digitale… Nella cornice del racconto, s’inseriscono immagini “d’epoca” riprese proprio da Jia Zhang-ke e dal fedele compagno Yu Lik-wai, agli inizi del millennio. E si tratta di immagini molto diverse da quelle nitide, in altissima definizione garantite dall’Arriflex Alexa con cui girano oggi. La storia della visione è, anche, una storia di mezzi di produzione, una storia economica. E dalla prospettiva di un paese che ha basato la trasformazione proprio su una diversa concezione del denaro, tutto questo è ancor più vero. Dollar, il bambino così chiamato per un augurio di immensa fortuna, nel 2025 come dovrebbe chiamarsi? Renmibi?
La lucidità di Jia Zhang-ke è, come sempre, disarmante. Quella capacità di raccontare il tempo e la realtà di una società attraverso il vissuto degli individui. Sembra di tornare a Platform, di cui Mountains May Depart costituisce, a tutti gli effetti, un seguito ideale. Eppure le sorprese vanno ben oltre le conferme. Perché Jia ha un coraggio esemplare che andrebbe sbattuto in faccia ai troppi bravi e vuoti esteti del cinema di oggi. Rinuncia alle formule che lo hanno reso grande e radicalizza le scelte già intraprese in A Touch of Sin, quelle di una narrazione più complessa e definita. Si sposta lungo l’asse dei registri primari, il comico e il drammatico, incrociando un intero universo di emozioni e sentimenti. Ma al tempo stesso, si smarca dal realismo lirico del suo stile, per raggiungere, a tratti, frammenti di pura sperimentazione sui colori e sulle linee di movimento. La Storia è il punto d’incontro tra la realtà e il cinema, è il grumo dove accanto alla cronaca, ai documenti (il disastro aereo della Malaysia Airlines), ai dati dell’osservazione quotidiana, affiorano le mille suggestioni dell’immaginario, i riferimenti sepolti nel cuore e negli occhi – dai mélo classici del cinema cinese degli anni ’50 al bruciante, indimenticabile Tian mi mi di Peter Chan… E su tutto la libertà di uno sguardo che sa sempre uscire dalle gabbie delle strutture, per incontrare l’inatteso, l’imprevisto tra le trame della vita e la segreta meraviglia del quotidiano. Sia un aereo che cade davanti agli occhi increduli di Zhao Tao o anche un semplice fuoco d’artificio.
mountains2No, vi sbagliate, Mountains May Depart non è un capolavoro. Non è questo il punto. Non lo è mai, ovviamente. Il punto è che questo film è qualcosa di più di un’opera e Jia Zhang-ke è davvero uno dei più grandi registi della terra. E non per la consapevolezza teorica o la sensibilità di uno stile supremo che trasforma la necessità in caso. Non ha bisogno di forzare la mano, di curare la posizione le luci e di “creare” il bello. Quello che gli sta a cuore è incontrare le “persone”, seguire le loro emozioni più vere e sincere, tutti quei sottili cambiamenti che si muovono sul filo dei ricordi, dei rimpianti, delle speranze, lungo la colonna sonora delle canzoni popolari, quelle dei Pet Shop Boys o quelle di Sally Yeh. Per lui la perdita della lingua non è un dato sociologico, è un taglio nella carne, nella sostanza stessa dei legami. Questo film è qualcosa di più. È una confessione a cuore aperto e un abbraccio che stringe al petto, tocca la pancia. È come l’amore. Fa piangere e gioire di bellezza.