#Cannes68 – Trois souvenirs de ma jeunesse, di Arnaud Desplechin

Meraviglioso film di Desplechin presentato alla Quinzaine des Realisateurs, una ricerca del tempo perduto che fa esplodere le emozioni nell’intimitá di un altrove

Dedalo: architetto, scultore, inventore di labirinti. Arnaud Desplechin: demiurgo e pensatore superstite di un modo di raccontare il cinema sconsiderato e straordinario. Come un’ossessione nel cinema di Desplechin ritorna Paul Dedalus. Un nome ancor prima che un personaggio. Forse un’idea di vita parallela, di un alter ego su cui costruire le pagine piú intime di una filmografia preziosa, oscura e illuminata in ogni gesto. Paul Dedalus è Mathieu Amalric, il volto/corpo feticcio del cineasta francese, quello che nell’imminente intervista di Aldo Spiniello e Sergio Sozzo – che pubblicheremo sul magazine 17 – parla spesso di Desplechin come un fratello con cui costruire film dopo film un percorso che incrocia la creazione con la vita (“c’è sempre qualcosa nei film di Arnaud, una forma di armonia, di dolcezza… si di armonia”). Del resto Paul Dedalus era anche il protagonista di Comment je me suis disputé… (ma vie sexuelle) e anche li c’era Amalric a interpretare un trentenne dottorando in filosofia alle prese con i turbamenti sentimentali e rivalitá universitarie. Il doppio di Desplechin, che allora era al suo terzo film. Ma adesso?

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Quasi vent’anni dopo, Paul vive all’estero con una compagna e decide di tornare in Francia. Non ha nessuna nostalgia del suo Paese, dice all’inizio, ma è passato del tempo e non sa bene cosa lo aspetterá. Cosí inevitabilemtne affiorano ricordi, immagini sulla sua giovinezza, sugli amici che ha lasciato. Improvvisamente tutto sembra emergere come i capitoli impolverati di un’educazione sentimentale. Sono questi i Trois souvenirs de ma jeunesse: Infanzia, Russia, Ester. Tre tappe della vita di Paul che sembrano inseguire diversi colori, note musicali (musica classica e I can’t stand it degli Specials), sapori di un’epoca (gli anni ’80, la caduta del Muro di Berlino), e che spingono bruscamente Amalric in fuori campo per larga parte del film, lasciando spazio a un incredibile cast di giovani attori.

Ecco che a mano a mano che si ritorna indietro nel tempo, nel primo capitolo, gli episodi si fanno opachi, quasi onirici e cosi l’infanzia ha i toni stranianti del lutto e dei fantasmi. La morte diventa un vuoto e allo stesso tempo il mistero per aprirsi alla precarietá del vivere e dei sentimenti. Poi arriva la Russia.  L’avventura che non ti aspetti che diventa trois souvenirsimprevedibile estratto di un piccolo film di genere ambientato nei grigi sotterranei di Minsk, tra il romanzetto giallo e la spy story. La deviazione adrenalinica che precede il primo amore, insomma. Il terzo capitolo è su Ester infatti. Altro nome ricorrente nella filmografia del nostro (Ester Kahn, ma anche Comment je me suis disputé…, Racconto di Natale). Ester è il Film. Il fascio di luce che forma l’inquadratura. Il cuore che riporta Desplechin e Amalric alla “loro” nouvelle vague e alla loro ricerca del tempo perduto.

Tre film diversi in un colpo solo. Forse anche di piú. Tra autobiografismo, commedia, melodramma, e l’amore tra Paul ed Ester che come in una recherche sonnanbolica acquista sempre piú spazio e domina le immagini e le parole, diventando la storia di una vita, quella da cui è impossibile liberarsi e che si dilata in uno scambio epistolare infinito, mappatura di un desiderio da (ri)vivere con il fiato in gola e l’imprevedibilitá del caso.

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Desplechin è il solo autore contemporaneo ad avere il talento e la follia di misurarsi con Flaubert, Proust, Truffaut e Garrell senza mezze misure. Un cinema debordante, in cui lo schermo e il linguaggio sembrano persino non bastare a sedimentare tutte le emozioni che possono e devono esplodere nell’intimitá di un altrove. Trois souvenirs de ma juenesse ha cosí la freschezza e l’imprevedibilitá dell’opera prima. Ma sappiamo che non lo è. Non puό esserlo, perché si porta dietro l’esperienza del cinema (straordinario il rabbioso monologo finale di Amalric sul cinema classico americano all’amico che lo ha tradito), della letteratura, dei ricordi, delle emozioni che diventano immagine. L’energia e l’impalpabilitá del rimpianto e dei sentimenti rimangono sospesi lí, magnificamente a metá tra quello che vediamo, o che crediamo di vedere, e quello che ci portiamo fuori nell’invisibilitá di un vissuto che diventa nostro. Meraviglioso.

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