#Cannes77 – Compiere il miracolo

Molti dei film di questa Cannes si concentrano sul senso profondo del raccontare e sul potere delle storie. Per dar nuova linfa alla visione. Un appello di speranza per il futuro

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Quando la comunità ebraica era in pericolo, il Baal Shem Tov andava in un luogo segreto nel bosco, accendeva il fuoco, recitava la preghiera e il miracolo si compiva: la comunità era salva. Una generazione dopo, il suo discepolo, quando la comunità ebraica era in pericolo, andava nel bosco, accendeva il fuoco ma non era più in grado di ricordare la preghiera. Ma per il semplice fatto di conoscere il luogo nel bosco e di saper accendere il fuoco, il miracolo si compiva e la comunità era salva. Quando il discepolo del discepolo doveva affrontare la stessa situazione, non era più in grado di accendere il fuoco né di dire la preghiera segreta, ma conosceva il luogo nel bosco e così il miracolo si compiva. Infine, quando il discepolo di questo discepolo si trovava di fronte alla stessa situazione, non conosceva il posto nel bosco, non sapeva come accendere il fuoco segreto e non conosceva la preghiera. Ma sapeva come raccontare la storia e perciò il miracolo si compiva.

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Così, più o meno, la presenta Kent Jones in Spectateurs!, il meraviglioso film di Arnaud Desplechin presentato in questa edizione di Cannes 77, in Séances Spéciales. Ma esistono innumerevoli versioni, potenzialmente senza fine, di questa leggenda sul Besht, la grande guida spirituale che nel XVIII secolo diede il via al ḥasidismo moderno. Nel passaggio tra le generazioni, dal Grande Maggid di Mezeritch fino al Rabbi Israel di Ruzhin, si smarrisce il potere mistico e teurgico. E questa è una verità incontrovertibile. Ma alcuni sostengono che a perdersi dapprima sia stato il segreto della preghiera, altri, invece, che sia stata l’abilità ad accendere il fuoco segreto, altri ancora la conoscenza del luogo preciso nel bosco. In ogni caso, in qualsiasi versione, ciò che resta è la possibilità di narrare la storia. È solo un pallido riflesso della magia teurgica dei grandi mistici, ma è anche l’ultima capacità dell’uomo, quella che probabilmente non si perderà mai, come dice Kent Jones.

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Di sicuro, questo è uno dei momenti decisivi di Spectateurs!, al di là del contesto, del fatto che arrivi a chiudere un lungo discorso su Shoah di Claude Lanzmann. Per tutto il film Desplechin racconta il suo amore per il cinema, attraverso il suo eterno alter ego Paul Dedalus, evocando il potere magico delle immagini, il “luogo segreto nel bosco” della sala cinematografica, il senso dell’esperienza e della posizione spettatoriale, a partire dalla domanda “che cosa succede alla realtà una volta che viene proiettata sullo schermo?”. E tira in ballo le riflessioni di André Bazin e Stanley Cavell, muovendosi in una prospettiva, per così dire, novecentesca del cinema. Che si disinteressa volutamente delle trasformazioni degli ultimi anni: l’affermazione definitiva del digitale che mette in discussione la necessità di un referente reale, la crisi della sala come luogo privilegiato della visione ecc… A conferma di un sospetto che abbiamo da tempo: che Desplechin sia in realtà un regista delle origini (come dimostrano i riferimenti ai Lumière, a Muybridge, a Marey), riemerso da quel momento aurorale della nascita del cinema in cui si affermano anche la psicanalisi e l’antropologia (da sempre sue ossessioni). Ma è proprio tra le righe della leggenda del Baal Shem Tov che Desplechin sembra darci anche un’indicazione per il presente e per il futuro. Se è definitivamente scomparsa l’antica magia, se entra in crisi la fede stessa nelle immagini e nella possibilità del cinema di accendere il fuoco e richiamare il mistero di una realtà che sullo schermo diventa scintilla e tremore, se va svanendo persino la memoria del luogo segreto (la sala), può rimanere ancora viva la capacità di raccontare le storie.

Ecco, non è un caso che, mentre ci si affanna a individuare “dispositivi” e a indicare “nuove forme”, molti dei film di questa Cannes 77 si concentrano sul senso profondo del raccontare, sulla necessità di conservare la memoria delle storie, sul loro potere di testimoniare e trasmettere, di liberare le gabbie e redimere le condanne dell’esistenza, sul loro rapporto con la realtà e con la verità. Questioni che ritroviamo nelle confessioni impossibili di Oh, Canada di Schrader, negli spiazzamenti di Grand Tour di Miguel Gomes, nella grande epica western di Horizon di Kevin Costner, nell’ossessione per il ricordo di Furiosa: A Mad Max Saga di Miller, negli smarrimenti tra la storia del cinema e la vita personale di C’est pas moi di Leos Carax, solo per fare alcuni esempi. Non si tratta di un gusto puramente ornamentale per le strutture narrative, di andare alla ricerca di soluzioni inedite o di una precisione assoluta dei meccanismi, né di abbandonarsi alla fascinazione dell’affabulazione. E nemmeno di dar preminenza alla sceneggiatura o alle necessità del contenuto rispetto alla forma. Limite, ad esempio, di The Seed of the Sacred Fig, con tutto il dovuto rispetto per l’urgenza politica di Mohammad Rasoulof. No, anzi… Buona parte dei film di Cannes 77 sono segnati da uno squilibrio profondo, incuranti delle discrepanze e delle dissimetrie, dei vuoti e delle mancanze, delle esagerazioni e delle incongruenze. Come sottoposti alla spinta di un’energia profonda e di un’urgenza interiore, si proiettano verso l’esterno in un movimento che si può sintetizzare con una parola, empatia, come si ostina a ripetere Schrader (l’osceno è la mancanza di empatia). È un atteggiamento di disponibilità e di sensibilità che ritroviamo in tanti titoli “amati” a Cannes, al di là dei difetti e degli eccessi. Dal feroce, incontinente L’amour ouf di Gilles Lellouche al tenero, fragile Marcello Mio di Christophe Honoré. Fino ad Anora di Sean Baker, con quel magnifico, doloroso abbraccio in cui si scioglie tutta la distanza e la paura. Splendida Palma d’Oro che è un segno di speranza per il futuro. Perché si potrebbe discutere a lungo sul palmarès, ma di certo non sono né le giurie né gli sterili posizionamenti critici a definire il senso di un festival e dettare gli orientamenti del cinema. Semmai è il discorso che prende forma nelle trame di relazione tra i film. E questa Cannes 77, abbandonati i freddi discorsi sui dispositivi o l’asfittica ossessione per i temi, è innanzitutto un appello alla speranza.

Del resto, se vogliamo dar retta alla leggenda riportata da Desplechin, le storie restano l’ultima possibilità che il miracolo si compia, per il bene della comunità. Sono, dunque, un mezzo attraverso cui può ancora realizzarsi la dimensione più propriamente umana del cinema. Le storie si aggrappano ai corpi degli attori per dar sostanza ai personaggi, render viva una presenza e rispondere a un’assenza (anche quando si avverte la sovrastruttura di un ragionamento che sia al passo coi tempi, come in Cronenberg). Servono a dare nuova linfa alle immagini già viste, usate, consumate, come nello straordinario Caught by the Tides, in cui Jia Zhang-ke riprende i frammenti del suo cinema per creare una nuova possibilità di incontro. Servono a sostenere le traiettorie delle immagini nella creazione di un quadro in cui far coesistere l’io e il tu, l’individuo e il mondo. In cui poter riconoscere sé stessi e gli altri, come in Ernest Cole, Lost and Found di Raoul Peck.

In fondo, in cos’altro consiste l’utopia del film più spiazzante e inafferrabile di Cannes 77, Megalopolis di Francis Ford Coppola? Smarrito il potere della formula magica “fermati tempo”, il cinema non può arrestare il declino e il crollo. Epperò Coppola è noncurante e testardo come il suo Catilina. Sembra quasi voler trattenere e restituire la densità di ogni scena vista e amata. Per nutrire la forza di una visione che sappia creare nuove connessioni, che sappia scovare quella materia in continua evoluzione capace di guarire le ferite e di costruire la città del futuro. Abbracciando i segni della trasformazione, il cinema vive.

Non solo per dare un significato alla realtà, ma anche per immaginare un’altra strada, un’altra porta d’accesso all’incanto miracoloso di quello splendore (lo Zohar!) iniziale, che sembra ormai irraggiungibile.

 

Infine il lume degli occhi gli si indebolisce ed egli non sa se veramente fa più buio intorno a lui o se soltanto gli occhi lo ingannano. Ma ancora distingue nell’oscurità uno splendore che erompe inestinguibile dalla porta della legge.

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