Capitan Harlock 3D, di Shinji Aramaki

Capitan HarlockLasciamo subito da parte le tediose e limitanti nostalgie da memoria adolescenzial-televisiva e stiamo ai fatti: quello di Capitan Harlock è il frammento più noto di un più vasto universo autoriale, creato dal mangaka Leiji Matsumoto e capace di usare il viaggio spaziale come metafora e celebrazione di valori universali: la pace, la speranza, l’avventura, il bisogno di fuggire per ritrovarsi in quanto micro-comunità di fronte a un mondo sempre più diretto verso il baratro. Un universo che, fra le altre cose, è basato sulla continua rifondazione, e che trova dunque nella nuova versione digitale del pirata, creata da Shinji Aramaki, un ennesimo punto di partenza, ma anche una nuova consapevolezza circa l’aura di leggenda ormai raggiunta dall’icona.

 

Il romanticismo del prototipo si adegua quindi a un’estetica dark, cui dona concretezza il fotorealismo dell’animazione digitale in motion-capture, ma emerge comunque fra le pieghe di un racconto che, alla centralità dei protagonisti, preferisce una visione più composita e allargata: Harlock, dunque, è ancora l’ultimo baluardo di un’umanità che pure lo respinge e lo relega nel ruolo del fuorilegge, e la sua lotta è sempre mirata a fornire un nuovo inizio a una Terra che ha perso l’originario splendore: ma stavolta la sua visione è oscura e non immune da errori che, nella loro foga rifondatrice, rischiano di fare tabula rasa dell’universo. Il nemico, insomma, non è più l’altro da sé (dimenticate le aliene di Mazone) e tutta la prospettiva è filtrata dalla lotta tra due fratelli (uno dalla parte dei terrestri, l’altro di Harlock) che nello scegliere da che parte stare daranno un senso alla battaglia, fornendo persino allo stesso pirata la capacità di sognare un mondo che possa rigenerarsi senza ricorrere all’antidoto della più drastica distruzione.

 

Il che è un bell’intreccio di influenze: da un lato c’è l’Harlock mito che deve imparare a guadagnarsi uno status sancito soltanto da una persistenza della sua figura  nell’immaginario e che per questo deve farsi uomo. Dall’altra ci sono figure vicarie che inseriscono i drammi personali nel tessuto del racconto per ricondurre la grandiosità del disegno a dinamiche più vicine al loro particolare, che nella grandezza sfarzosa degli scontri spaziali descrivano un perimetro comunque più piccolo e intimo. E’ la lezione di Matsumoto, certo, ma è anche quella di Aramaki (pensiamo ad Appleseed) e di un immaginario composito che sta fra Star Wars e Gundam. Ovvero le grandi saghe spaziali dei Settanta (insieme a quelle dello stesso Harlock), quelle che avevano descritto un’utopia e che ora devono essere rimodulate in base ai tempi più problematici in cui viviamo, dove anche l’eroe deve mostrare di essere carne e carattere, al di là delle iconografie.

Titolo originale: Space Pirate Captain Harlock


Regia Shinji Aramaki
Origine: Giappone, 2013 
Distribuzione: Lucky Red
Durata: 115'