CAPTAIN PHILLIPS – Il buio nella storia

Cloud AtlasNotte derelitta. Un vociare lontano, il vento che entra nelle ossa. Vento come questo, ricco di voci. Gli antenati urlano verso di noi, urlano le loro storie…

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Nel buio della notte, di chissà quale Pianeta, guardando la Terra dal basso verso l’alto e “raccontando” imperterrito una “storia”… è così che il vecchio Zachry (Tom Hanks) fa iniziare il suo personale e sgangherato Cloud Atlas. Tre ore di fluviale e magnifico pulviscolo filmico che i Wachowski e Tom Tykwer tengono a stento “montato” insieme, scivolando sempre via dagli occhi e dallo schermo, smarginando i limiti della nostra comprensione razionale. Della Storia. Un film che inizia e finisce nel buio, dove un anziano racconta alla flebile luce di un fuoco e i suoi tanti nipotini ascoltano/sognano in mezzo alle ombre.

E allora: “sembra che il classico cinema americano non riesca più a essere Classico” mi diceva giustamente Sergio Sozzo qualche giorno fa, all’uscita della sala, dopo aver visto l’ultimo abissale film di Paul Greengrass. Captain Phillips. E pensandoci bene è decisamente così: sembra che la macchina perfetta di Hollywood che per cento anni ha proiettato su uno schermo i nostri sogni, paure e desideri, non faccia altro che deragliare costantemente dai suoi solidi binari. Continuando a smarrire luci e coordinate – tranne in fugaci e anacronistici Rush – e a capovolgersi per sopravvivere come il volo di Zemeckis. C’è qualcosa di terribilmente contemporaneo in tutto questo: identità avatarizzate, virtuali crisi finanziarie, messa in dubbio del cinema come medium e come arte di massa, metteteci tutto ciò che volete… insomma l’attraversamento di troppe zone buie all’alba del nuovo millennio, tutto un altro “atlante delle nuvole” rispetto al precedente. Ecco, è proprio questo il punto: nonostante i canti di morte il cinema continua a vivere, forse rifugiato in altri pianeti come il vecchio Zachry, ma capace ancora di pensare con le immagini (siamo nel 2013, ma sembra il 1913 osserva Paul Schrader) e “raccontare” con limpida sincerità della sua/nostra sopraggiunta inadeguatezza di spettatori.

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LincolnPertanto: è nei chiaroscuri della Storia che Steven Spielberg immerge il suo monumentale Lincoln, con la luce del Mito lasciata sempre fuori campo, oltre quelle finestre “bruciate” da troppi raggi di speranza che non riescono proprio più a illuminare un “dentro” che brulica di vampiri. Il Lincoln spielberghiano si muove sorprendentemente al lato di ogni evento da ri-conoscere, stordisce per la sua testarda orizzontalità narrativa e diventa inaccettabile (“ma quanto è noioso questo film, sembra che non vada da nessuna parte!” diceva una svogliata ragazza in sala mentre giocherellava col telefonino), proprio perché si permette oggi di raccontare solo la vita di una persona. Raccontarla dal buio. Buio e perdita totale di coordinate riflessi negli occhi tristi di Jessica Chastain – il grado Zero (Dark Thirty) del cinema – alla ricerca di un fantasma, l’immagine simulacro del nemico numero uno d’Occidente, che sgretola pian piano ogni prospettiva (passato-futuro) e fa piombare nelle tenebre "presenti" l’ultima ora di film. Nemmeno i raggi x riescono a illuminare quella grotta di un altro pianeta. Kathryn Bigelow si immerge nel nostro privato e ambiguo buio di spettatori del nuovo millennio e ci chiede violentemente: ma dove siete finiti? Dov’è finito il vostro punto di vista o l’etica del vostro sguardo? Dove sta oggi il cinema? Jessica che vaga come uno zombie romeriano dopo aver “identificato” il corpo/immagine del nemico globale, è la sequenza che più di ogni altra configura ciò che stiamo diventando: sguardi anestetizzati da overdose di informazioni. E poi esce di scena, da un enorme hangar, sola, vuota e finalmente in lacrime: forse da quell’improvviso e inatteso sentimento si può tornare a…

Zero Dark ThirtyAmare. Ci voleva uno sguardo disperatamente classico come quello di James Gray per creare un film totalmente immerso nelle tenebre, oggetto non identificato e per questo puntualmente snobbato, incompreso, non distribuito, rimosso, ma non morto: un film naufrago come un “antenato che urla verso di noi” direbbe il vecchio Zachry. In The Immigrant la mancanza di luce si fa quasi asfissiante, con i derelitti della Storia che attraversano l’oceano e lottano per riconquistare un patrimonio passato (da Coppola a Dostoevskij, da Cimino a Fitzgerald, ecc, ecc, ecc), tornando ad amare pericolosamente e incondizionatamente.

Ed eccoci arrivati all’orgoglioso Capitan Philips di Paul Greengrass, alla guida di una nave immensa e inaffondabile, solcando un mare illuminato dal sole e dalle merci… che diventa improvvisamente “ostaggio”. Attaccato da fantasmi scheletrici che reclamano un posto nella storia: strepitoso il ruolo di Barkhad Abdi, leader dei pirati somali, specchio deformato delle colpe occidentali che sprigiona un’antica e ipnotica forza (in)umana. Una nave/film che per almeno un’ora sembra avere il vento in poppa, nell’inarrestabile ricetta classica di eroismo e narrazione per archetipi, ma che improvvisamente si inceppa nella notte. Perde coordinate, collassa, si frantuma, immette il caos e spegne la luce. Confonde Captain Phillips - Attacco in mare apertosguardi e inquadrature come nella deficiente memoria di Jason Bourne o di tutti i film di Greengrass, che raggiungono costantemente il loro punto di non ritorno (“forse stiamo guardando le cose alla rovescia” diceva Matt Damon…) e deragliano nelle tenebre. Gli unici terribili riflessi di luce restano quelli delle armi: proprio come nel magnifico finale di Green Zone. Ecco: da questo punto di vista l’ultima opera di Greengrass appare ancora più significante, perché al corpo neutro e scrivibile di Damon (attore “perfetto” per gli anni ’00) si sostituisce il James Stewart della nostra generazione, lo sguardo bonario e neo-classico di Tom Hanks (ricordate la sua lotta per l’identità in The Terminal?) che saluta la sua cara famiglia e poi nuota come un disperato nella notte del cinema per riemergere. Un corpo totalmente fuori contesto. Traumatizzato, impaurito, infantile come un Forrest Gump sporcato di sangue “non suo”.

E allora: Spielberg, i Wachowski, la Bigelow, Gray, Greengrass… dal buio nella storia ci stanno parlando di noi. Della nostra difficoltà a guardare (in) questo mondo. Per proiettare ancora, proprio da quel buio, la flebile luce del “cinema”.
 

3 commenti

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    L'ombra con cui è stato coperto CAPTAIN PHILLIPS dal poderoso mostro 'medusa', è il chiaro sintomo che la bussola di questo Paese sia impazzita da anno. In Usa Hollywood riflette su se stessa come non mai, da noi il sistema (e ci metto tutti i soggetti) piange sull'ombelico e aspetta che arrivi Checco, Santo del weekend.

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    Ma questo Pietro Masciullo che crede di recensire bene e con padronanza di linguaggio studiata ad arte per sembrare " colui che se ne intende " personalmente penso che debba come si suol dire " dedicarsi all'ippica " visto che le sue finte recensioni si scostano dalla realtà , e non di poco. Penso che il film attacco in mare aperto sia un capolavoro , da oscar , e se una persona lo recensisce così , penso che non capisca poco e niente , altro che condire la recensione con parole forbite , inizia a scrivere le cose giuste!!!

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    solo una piccola precisazione doverosa: questa non è una recensione, è un approfondimento sul film che comprende più pezzi. La "recensione" sul Film di Greengrass è di Carlo Valeri, uscita qualche giorno fa. Ecco il link:
    http://www.sentieriselvaggi.it/339/54290/Captain_Phillips_-_Attacco_in_mare_aperto,_di_Paul_Greengrass.htm