Captive State, di Rupert Wyatt

Nella sempre più strutturata galassia della fantascienza distopica – e a vari livelli post-apocalittica – del cinema contemporaneo Captive State merita già un posto di assoluto rilievo. Scritto dallo stesso Rupert Wyatt (che ricordiamo soprattutto per i notevoli The Escapist e L’alba del pianeta delle scimmie) in collaborazione con la moglie Erica Beeney (La battaglia di Shaker Heights), questo è probabilmente il film che corona il suo percorso/discorso registico sempre in bilico tra “genere puro” e urgente riflessione “politica”. Si parte da un’ennesima invasione: nel 2016 una pericolosissima specie aliena arriva sulla Terra (a bordo di navi spaziali dalle surreali forme magrittiane) e sottomette in poco tempo l’intero pianeta. Nel fulmineo prologo vediamo due fratellini, Gabe e Rafe, mentre fuggono in auto da una Chicago blindata mentre i genitori vengono polverizzati da una delle (rare) apparizioni di queste creature appuntite…

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Stacco, 2025. Gli alieni non intendono distruggere la Terra come nelle varie versioni de La guerra dei mondi o in Indipendence Day, ma non vogliono nemmeno instaurare contatti pacifici come in Incontri ravvicinati del terzo tipo. Sono qui per colonizzare il nostro pianeta sfruttandone l’energia e lasciandolo per lo più intatto, sia nelle architetture sia nelle istituzioni. Questi spaventosi esseri chiamati “i Legislatori”, infatti, vivono nel sottosuolo – raggiungibile con ascensori dai pochi delegati umani – e controllano tutto dal soprasuolo – attraverso  sciami di droni che geolocalizzano gli spazi –, dettando ogni regola della nuova convivenza civile. Una sorta di totalitarismo alieno messo in atto dai governi ormai asserviti. Il film si concentra pertanto su una serie di personaggi di cui sappiamo pochissimo e che impariamo a conoscere solo da silenziose azioni: Gabe è diventato un operaio che distrugge le memorie digitali illegali; Rafe è un misterioso capo della resistenza che organizza attentati contro gli alieni, insomma una leggenda da consegnare ai murales clandestini di Wicker Park; poi c’è il capo della polizia di Chicago William Mulligan (straordinario John Goodman che schiude abissi di passato con il suo doloroso primo piano) intento a sventare il network dei resistenti sorvegliando l’inconsapevole Gabe; infine la prostituta Jane Doe che come una femme fatale tira le fila della vicenda (e della resistenza) sulle note di Nat King Cole (Vera Farmiga in sole tre scene riesce a disegnare magnificamente un personaggio che sembra uscito da un noir anni ’40). Pochi dialoghi, molta azione e una fitta ragnatela di piccoli eventi ci porteranno a un sorprendente finale: le reali motivazioni di questi personaggi (resistenti o collaborazionisti?) diventano sfumature da scoprire nei dettagli, in una piega del volto, perché le parole non possono restituire nessuna verità in quest’atmosfera di sospetto e delazione costante.

Rupert Wyatt ha più volte dichiarato di aver voluto esasperare all’estremo molte tensioni sociali compresse nel nostro XXI secolo (le ripercussioni della crisi economica, la “guerra al terrore”, l’era Trump e il sovranismo di ritorno in molti paesi occidentali… sono tutti echi che si avvertono distintamente). E allora il film accentua il gap tra ricchi e poveri, innalza “muri” e crea zone-protette isolate le une dalle altre, infine persegue una capillare violazione della privacy in una società del controllo che mira allo “stato di cattività”. L’intento è quello di relegare gli alieni nel sottosuolo per significare in fuori campo, lasciando ai conflitti umani e alle ambiguità morali del nostro tempo tutto il campo di riflessione. Da questo  punto di vista l’apocalissi tecnica prodotta dagli alieni (ogni comunicazione informatica è diventata fuori legge, con gli smartphone che devono essere individuati e distrutti…) diventa funzionale a un lento recupero della memoria che passi paradossalmente per il recupero delle immagini del passato (diventate, appunto, illegali!). Wyatt, del resto, non nasconde mai le evidenti referenze: cita apertamente L’armata degli eroi di Melville o La battaglia di Algeri di Pontecorvo come solido approccio estetico, in un ambiente mediale che sembra però quello della sci-fi anni ’80  (a partire proprio da 1997: Fuga da New York di John Carpenter). Captive State, pertanto, colleziona azioni e punta all’astrazione – come nella preparazione dell’attentato allo stadio da parte dei resistenti, con l’inziale successo e la terribile vendetta degli alieni… intere sequenze in apnea – anche attraverso la straordinaria colonna sonora techno di Rob Simonen che scandisce un tappeto di suoni ossessivo alla Clint Mansell. Certo: non siamo ai livelli di Michael Mann o Kathryn Bigelow, ma la strada è quella e alcune sequenze sono notevolissime.

Insomma: in questo costante slittamento di stati d’animo e umori si passa dalla sci-fi distopica al War Movie contemporaneo (Zero Dark Thirty in primis), dal neo-noir al thriller politico, gettando uno sguardo perturbante su alcune urgenti questioni etiche senza però rinunciare a un senso dello spettacolo che regge benissimo i 110 minuti di durata. Rupert Wyatt si conferma uno dei cineasti più interessanti e sottovalutati degli ultimi anni.

Titolo originale: id.
Regia: Rupert Wyatt
Interpreti: John Goodman, Vera Farmiga, Ashton Sanders, Madeline Brewer, Machine Gun Kelly, Alan Ruck, James Ransone, KiKi Layne, Kevin J. O’Connor, Ben Daniels, D.B. Sweeney, Jonathan Majors
Origine: USA, 2019
Distribuzione: Adler
Durata: 109′