Carlo Mazzacurati, un regista di confine

Carlo MazzacuratiAveva solo 57 anni e l’ultima volta che lo abbiamo visto, trasformato e smagrito, è stato per la prima del suo ultimo film La sedia della felicità (che brutto dire ultimo film, per un autore sensibile e vivace come Mazzacurati) presentato al Festival di Torino. Era appena due mesi fa.

Un autore che ha sempre lavorato a cavallo tra la commedia e il dramma umano, stemperato a volte nel grottesco. Un cinema anomalo e autonomo, esente da tradizioni e retaggi, ma naturalmente ricco di entrambi, quasi fossero assimilati e metabolizzati e quindi corpus del nuovo corso. Quello di Carlo Mazzacurati era un cinema che si fregiava, in modo naturale e dimesso, di essere epigono di nessuno e ricercatore solitario di una verità, a volte dentro il paradosso. Osservatore acuto, profondo conoscitore del suo nord-est da padovano con un certo disagio trasferitosi a Roma per lavoro.

L’esordio era stato di quelli anomali per un autore italiano. Notte italiana (1987), era un noir padano, che condensava nelNotte italiana titolo l’oscurità dei tempi e i misteri che le cronache non sapevano o non potevano raccontare. Quel film costituiva una precisa presa di posizione, oltre che una piacevole novità nel cinema italiano. Carlo Mazzacurati entrava con questo film a fare parte di quella schiera di autori che hanno ridisegnato i nuovi perimetri del nostro cinema e non poteva che essere Nanni Moretti, al suo esordio con questo film come distributore, ad ospitarlo nella sua scuderia e il sodalizio si sarebbe consolidato successivamente quando lo avrebbe coinvolto come attore in qualche comparsata divertita nei suoi film.

La sua analisi di personaggi marginali, la sua natura divisa tra montagna e pianura con un legame evidentemente molto forte e determinante con la sua terra, lo portava a raccontare storie ambientate nei suoi luoghi. Due anni dopo l’esordio per la sua regia esce Il prete bello (1989), tratto dal romanzo di Goffredo Parise dove Mazzacurati riesce a trasferire nel racconto l’intensità dei luoghi e affidandosi alla sensibilità di Roberto Citran, sottolinea l’ambiguità del personaggio diviso tra richiamo di una sensualità sopita e il fascino del regime fascista.

Il toroI termini di una cronaca sempre più attenta all’emigrazione che stava trasformando l’Italia, offrono lo spunto a Carlo Mazzacurati per tre film che costituiscono una trilogia in cui il nodo centrale è, insieme al disagio della condizione, raccontata con i toni drammatici, ma non estremi, l’impreparazione di un tessuto sociale rispetto a questo evento. Come sempre, nel suo cinema, la valutazione sembra più ampia e le prospettive del suo narrare non riguardano soltanto i suoi personaggi e il suo Veneto, ma si allargano per guardare all’affanno di una società impreparata a questi mutamenti e all’inutile arroganza figlia di una progenie ignorante e rozza, e solo desiderosa di benessere economico. Il primo di questi tre film è Un’altra vita (1992). Un Silvio Orlando (Saverio) spaesato e innamorato scopre un universo parallelo che vive ai margini, ma in ascesa, pericoloso e insidioso. Il tentativo di salvare Alia, la ragazza russa della quale si è innamorato, porterà l’ignaro Saverio alla scoperta di quell’altra vita e la perdita dell’innocenza del personaggio insieme a quella di un paese intero vittima di un desiderio di sopraffazione che non pensavamo potesse appartenerci.

Seguirà nel 1994 Il toro attraverso il quale l’autore padovano sembra trovare la strada della propria espressione, la formaVesna va veloce narrativa sulla quale costruirà la sua filmografia successiva. Il cinema di Mazzacurati, dicevamo, pur trovando origine nella tradizione dell’impegno civile, si arricchisce di quella vena che non è comica e non è neppure esplicitamente legata alla tradizione della commedia all’italiana. La leggerezza che contraddistingue questi risultati nasce dall’amarezza delle situazioni che i personaggi sono costretti a vivere. È proprio in quella condizione limitrofa al margine, nella loro celata disperazione che ritroviamo la marginalità della loro condizione. il racconto, quindi dismette le vesti di narrazione di eventi configurandosi come portatore di uno sguardo impietoso dentro la morale di queste figure che popolano questi racconti. Accade che proprio quando Mazzacurati abbandona il tratto così distintivo e naturale del suo cinema, quando cioè forza la propria mano per lascairsi andare alla pura narrazione è allora che gli esiti si fanno meno felici. È proprio Il toro a fare risaltare queste caratteristiche. Un racconto morale, più che di cronaca. Il furto del toro – dal valore economico smisurato – come vendetta per il licenziamento subito e la triste peregrinazione nell’est Europa nel tentativo di venderlo, assomiglia più ad un racconto dostoevskijano che ad una commedia con tutti propri numeri in fila. La trilogia si chiuderà nel 1996 con Vesna va veloce dove il filo di ironica leggerezza del film precedente si perde per lasciare posto al dramma totale. La storia di Vesna, giovane cecoslovacca giunta fortunosamente in Italia per restarci, si lega a quella di Antonio (Antonio Albanese) che sembra ricalcare le orme di Saverio in Un’altra vita. L’innamoramento e la diffidenza verso questa ragazza costretta a prostituirsi non potranno essere il giusto viatico per un rapporto leale e il destino di Vesna sembra segnato. Ancora una volta Mazzacurati guarda ai profili etici dei suoi personaggi, costruendo un cinema incline ad una personale e inconfondibile poeticità, con un tono sommesso nel procedere, ma che colpisce nel segno quando l’immagine affonda dentro la sensibilità commossa del proprio sguardo.

L'amore ritrovatoÈ del 1998 L’estate di Davide racconto di formazione in cui il minimalismo della messa in scena corrisponde ad una volontà narrativa uguale e complementare che si fonda sulla evocazione degli scenari che diventano protagonisti della vicenda. Girato in parte nel suo Polesine, il film sembra costituire un momento di riflessione e di sospensione, pur restando fedele alla sua precedente filmografia.

Dopo una pausa documentaristica, che è un altro e differente modo per l’autore padovano di esprimere la propria creativa vena umanistica, nel 2000 vede la luce La lingua del santo. Ispirato ad un fatto di cronaca accaduto una decina d’anni prima, il film racconta la storia di due improbabili trafugatori di reliquie – il santo in questione è S. Antonio – che dopo averle rubate hanno il problema di non dovere essere scoperti. È stato sempre il clima della provincia a caratterizzare il cinema di Mazzacurati, affascinato dalle storie di margine, quelle che nessuno sembra volere raccontare, quell che stanno sui confini. Storie e vicissitudini di poveri cristi, un po’ storditi e un po’ trasognati dall’aria della provincia. Man mano che il suo cinema va avanti si consolida un sodalizio, anche questo quasi tema del micorocosmo della nostra provincia, tra il regista e una schiera di attori che partecipano alle avventure dello stesso Mazzacurati: Roberto Citran, Fabrizio Bentivoglio, Silvio Orlando, Marco Paolini, Marco Messeri e più tardi Giuseppe Battiston, facce e maschere del nostro spettacolo che hanno incarnato il disagio e l’esclusione.

A cavallo della tigre (2002) rilancia i temi e con uno sguardo rivolto al cinema di Luigi Comecini, del quale costituisce unLa giusta distanza libero remake, affronta ancora una volta la maledizione della provincia e costruisce forse il suo film in cui più si avverte quello spaesamento che porta i personaggi a vivere dentro una fantasia, in cui il presente diventa inafferrabile e vacuo. Alcune incertezze narrative avrebbero segnato l’insuccesso di L’amore ritrovato del 2004. La storia è tratta da un romanzo di Carlo Cassola. Pur conservando le tipiche caratteristiche narrative e soprattutto quelle che permettono al racconto di ampliare la propria prospettiva attraverso piccoli segnali dai quali leggere più profonde trame sociali e storiche, il film soffre di una estraneità di fondo dell’autore rispetto alla materia narrata e scivola su alcune insicurezze che lo escludono dal novero delle sue cose migliori. 

Sarebbero serviti tre anni di pausa per raccogliere le idee, per tornare sui luoghi cari del nord-est, per raccontare, ancora una volta una storia di formazione, un apprendistato giornalistico, che si trasforma in apprendistato della vita intera. La giusta distanza (2007) parte dall’indagine di un apprendista giornalista sulla morte di una giovane maestra del paese, per approdare ad una più ampia riflessione sul male che avvolge i tempi e i luoghi del regista. Ma ancora più largamente il film, come accade sempre con lo sguardo indiretto di Ritratti: Luigi MeneghelloMazzacurati, centra la propria attenzione attorno alla storia, alle bugie e agli occultamenti di quelle vicende ed è così che si valicano i confini di quella provincia per ricercare i mali comuni di una società disgregata e collettivamente colpevole. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia, nel 2010 è la volta di La passione un film pervaso da un generale senso divertimento, che però soffre di una eccessiva distanza tra il regista e il racconto e che non sembra potere segnare una tappa decisiva nel suo cammino artistico. Presentato, invece, a Torino 2013, alla presenza dello stesso Mazzacurati e dei suoi amici attori, Citran, Battiston e Ragonese ecco la sua ultima fatica La sedia della felicità un’ultima e difinitiva incursione, con l’originalità che corredava il suo cinema, dentro i mali di un Paese allo sbando, privo di strategia, che si affida al caso e alla fortuna. Amarissime riflessioni, inzuccherate di commedia dentro un falso realismo, come al solito minimale e trasognato, a cavallo tra realtà e incanto, tra vero e favolistico, nel suo film definitivo e postumo.

Con l’animo di un indagatore e di un osservatore più che attento e di un costruttore di ritratti che servano da memoria storica e che si trasformano in necessario appiglio culturale, il lavoro di Mazzacurati si è sviluppato anche attorno alla ricerca documentaristica. Una ricerca anche visiva, in cui il paesaggio diventava costante espressiva. Tre ritratti: Mario Rigoni Stern (1999), Andrea Zanzotto (2000) e Luigi Meneghello (2002). Tre intellettuali, che da differenti punti di osservazione compongono un quadro di particolare serenità, quasi che questa sua attività documentaristica, divisa a metà con Marco Paolini che svolge il ruolo dell’intervistatore, costituisca una specie di oasi tranquilla in cui guardare alla parte buona di quanto si è costruito in questi anni a partire proprio dalle persone che hanno fatto e continuano a fare di questo Paese un posto in cui sarebbe bello vivere. È anche questo il senso anche di Medici con l’Africa del 2010, Fuori Concorso alla Festival di Venezia. Un impegno civile e artistico che favorì la sua nomina, nel 2011 a presidente della Cineteca di Bologna.

È l’originalità del percorso di Mazzacurati a restare un punto fermo nella mente di noi spettattori, a costituire forse unoLa sedia della felicità dei pregi maggiori del suo cinema, oggi che lui ci ha lasciato allargando il disagio di un cinema italiano che fatica a trovare una propria piena fisionomia. Quello sguardo amaramente divertito, sempre apparentemente centrato sul margine dei temi, ma che diventava, invece, vera e propria lente di ingrandimento sulle colpe di una nazione intera, sullo smarrimento dei suoi protagonisti, mancherà di certo al cinema italiano. Carlo Mazzacurati si è imposto, probabilmente come il cineasta che ha proseguito, pur nella diversità delle proprie scelte artistiche, quella storia così ricca del cinema italiano, tanto più il suo lavoro risulta distante – per molteplici ragioni e condizioni – da quel cinema, tanto più sembra costituire, invece, una sua ideale prosecuzione. Per essere tale, infatti, nel bene e nel male, deve essere qualcosa di differente da ciò che è accaduto prima e il suo cinema si impone e si imporrà al nostro sguardo di spettatori curiosi anche per questo. La sua assenza si farà sentire e la sua stemperata allegria mancherà al cinema e un poco alla nostra vita.