Carlo Michele Schirinzi, l’ultima calpestata

Sospiro, Fall of the giants e Tra i binari, per finire sono i lavori più recenti della retrospettiva dedicata a Schirinzi a Torino. Un perenne movimento ascensionale, un attimo prima della scomparsa

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Quanto dura l’operazione di snocciolamento della melagrana ad opera delle mani ruvide e nodose su cui si sofferma Sospiro, di Carlo Michele Schirinzi? Mentre l’uomo pazientemente svuota il frutto dentro una coppetta di plastica, si fa buio sul suo volto e sul suo respiro concentrato, il rumore cadenzato dei noccioli rossi che cadono nel contenitore ritma l’andare fuori fuoco della figura: sono passati pochi minuti ma sembrano stagioni intere inghiottite dalla notte imminente, e nel frattempo l’immagine ha assunto i contorni tremolanti di un ricordo, o della traccia ad un passo dall’evanescenza di un passaggio, di una memoria d’infanzia.
Il cinema di Schirinzi lavora da sempre sulle coordinate fondanti del medium, il tempo e la luce, ma più passano gli anni e più si acuisce un senso di prossimità con le sue visioni, scaturite dalle forme e dalle eco di un meridione materico e detritico, quella maniera di conservare le melegrane e quei muretti su cui il regista si inerpica per l’ultima calpestata di Fall of the giants parlano la lingua di luoghi e latitudini ben precisi, eppure ora vicini al linguaggio universale di un dolce sentimento di mancanza. Le distese di ulivi pugliesi quelle no, questo non è uno sguardo da Film Commission: fanno capolino, riprese mentre sfuggono in fila dal finestrino di un treno, solo per qualche attimo dallo spioncino a cui è ridotto il quadro, per il resto invaso dal rosso, in uno dei frammenti dello straordinario Tra i binari, per finire, che sembra ripartire, per rovesciarlo, dal puntino bianco immortalato nel precedente Milkmo(m)on.

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Gli ultimi lavori di Schirinzi, risalenti al 2021, fanno parte della retrospettiva L’occhio naufrago che gli dedica il Museo del Cinema di Torino in questi giorni: Tra i binari, per finire è la disperata ricerca di una linea spezzata, di una fenditura d’entrata (come il tunnel, la galleria artificialmente ricreata in rosso da Schirinzi) nel nastro infinito e imperituro di binari e cavi elettrici che trasforma cielo e terra in campiture di forme geometriche in fuga, macchie di astrazione assoluta che sembrano tracciati di un qualche macchinario che segna i battiti, magari proprio quelli che, come recitano le didascalie marchio di fabbrica del cineasta, sono stati sepolti sotto i treni della tratta Lecce-Torino. Ai suicidi tra i binari del treno notturno su cui Schirinzi è solito attraversare l’Italia bisettimanalmente è dedicato il corto che è un po’ la summa della ricerca formale recente dell’autore, e che ancora una volta lega la tendenza di queste immagini ad assumere il livello di parabola sacrale, con il dato puramente autobiografico (“Io sono, se non responsabile, complice d’omicidi”).
È quello che accade anche in Fall of the giants, racconto della demolizione dell’edificio della falegnameria costruita decenni prima dal padre di Schirinzi, e in cui ancora una volta la luce può farsi spazio solo da pertugi, da un buco, per poi improvvisamente inondare l’intero stanzone quando crolla il soffitto, il bianco delle pietre si mischia alla polvere e al pulviscolo. In questa maniera, il corto scandito dalle punte dei trapani recupera il discorso sugli strati del lavoro di Eclisse senza cielo per tornare ancora una volta a visitare luoghi dove si apre una sorta di connessione trascendentale con una dimensione altra, come ne I resti di Bisanzio e in tutte le esplorazioni dell’autore. È un cinema in perenne movimento ascensionale, anche quando i volumi sulla scena sembrerebbero negarlo: un atto di trasfigurazione sull’inanimato per liberarlo da ogni peso, farlo vibrare di fremiti inafferrabili di vita, un attimo prima della scomparsa.

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