CARTOLINE ELETTORALI DAGLI USA / 2. #HillaryvsTrump: I’ll keep you in suspense

La letteratura dei dibattiti presidenziali è affascinante non solo nella sua veste aneddotica ma soprattutto perché ha fatto scuola nell’immaginario collettivo su quanto un politico debba fare o non fare davanti alla telecamera. Il terzo showdown tra Hillary Clinton e Donald Trump l’ho visto in parte mentre tornavo nel mio albergo e quindi non l’ho ascoltato. L’immagine dei due candidati alla Casa Bianca era sugli schermi dei ristoranti e delle hall degli enormi edifici davanti a cui passavo nella strada di ritorno verso il mio albergo. Lo split-screen degli aspiranti spesso stava addirittura accanto alle immagini dei Cubs che sfidavano i Dodgers nella quarta partita della finale della National League. Ho attraversato tutto il Seaport District e i locali degli uomini d’affari di Atlantic Avenue. Ho tagliato in due Chinatown e poi ho costeggiato il meraviglioso Boston Public Garden e ho capito che quello è il modo in cui la maggior parte degli americani si approccia al dibattito presidenziale. Lo seguono distrattamente come se fosse una partita di baseball in cui anche chi va allo stadio segue il gioco mentre mangia da una delle tante lobby con i tavolini che si affacciano sul campo. L’atto di ascoltare non è tanto importante quanto quello di vedere e il linguaggio del corpo conta più di parole e di concetti che la maggioranza della popolazione conosce in modo approssimativo. La vecchia storia del primo scontro in televisione tra John Kennedy e Richard Nixon è ancora valida. Chi li aveva sentiti per radio aveva dato la vittoria dialettica al repubblicano mentre chi l’aveva osservati per la prima volta in assoluto sul piccolo schermo l’aveva data al democratico. Quando passavo davanti alle vetrate capivo abbastanza chiaramente quale fosse l’errore fondamentale di Donald Trump rispetto alla sua rivale e il motivo per cui il tycoon abbia infilato tre performance disastrose su tre. Il talento retorico dell’avversario è meno significativo della sua maschera rassicurante e sorridente anche davanti alla pertinenza dei colpi bassi migliori del suo contendente. Hillary Clinton sfoggia un’inquietante mancanza di empatia ma la sua natura robotica è perfetta in contrasto con l’aspetto sopra le righe di Donald Trump. Il repubblicano ha sempre una connotazione agitata e punta il dito contro la telecamera e contro chi ha vicino. Un deleterio effetto attrattivo verso lo spettatore in una situazione in cui il compito è soprattutto quello di uscire indenne. Chi guarda mentre sta mangiando o mentre sta chiacchierando davanti ad una birra ha la percezione che la sua enfasi e la sua rabbia siano l’annuncio di qualcosa di interessante  che sta per accadere. Come quando in una partita di baseball dopo lunghissimi rituali tutte le basi sono state occupate e chi è in battuta tenta il fuori campo per portare i compagni a casa base. Conta soltanto quel momento e prima di esso si può fare a meno di seguire attentamente quello che succede.

Perciò, tutti hanno sentito quello che Donald Trump ha detto in uno dei momenti più

trump-hillary-tw3indimenticabili della storia politica americana. Dal 1960 ad oggi ci sono stati molti istanti topici che hanno fatto storia e che hanno cambiato l’esito della corsa alla Casa Bianca. Il modo in cui Gerald Ford insisteva a dire che la Polonia non era sotto il giogo dell’Unione Sovietica. O quello in cui Ronald Reagan ribaltava la sua vecchiaia come un motivo di virtù rispetto all’inesperienza di Walter Mondale. Il momento in cui il candidato repubblicano ha affermato di non voler garantire la sua accettazione del risultato delle elezioni è una violazione senza precedenti delle regole democratiche americane. L’unico modo in cui può essere giustificato è la coerenza con cui il tycoon ha sempre detto di essere contro il sistema. Una dichiarazione di principio che non arretra nemmeno davanti alle convenzioni fondanti che da quasi due secoli e mezzo prevedono la competizione e la transazione. Donald Trump ha vinto le primarie con questo atteggiamento e finora i sondaggi dicono che perseverare in questa impostazione non funziona con l’elettorato generale. L’immobiliarista non si cura di spaventare i moderati non riconoscendo nemmeno i principi essenziali della politica americana. L’ultimo dibattito è stato un crocevia inaudito nell’evoluzione della democrazia americana anche se forse ha segnato la fine della scalata di Donald Trump alla Casa Bianca. La domanda più inquietante che fa sorgere la sua dichiarazione non è tanto se essa abbia o no spianato la strada della presidenza ad Hillary Clinton. Il timore più consistente che domina alcuni editoriali è quello che il principio stesso delle elezioni è stato sminato davanti a decine di milioni di spettatori. Un candidato può riservarsi o meno il diritto di investire il suo avversario del titolo di comandante in capo è così ritirare le sue truppe. Donald Trump ha detto che non sa se farlo e che lo deciderà solo all’ultimo è solo a determinate condizioni stabilite da lui. La minaccia di una mancata smilitarizzazione dei suoi seguaci suona ridicola davanti alla sua capigliatura e alle sue battute da bullo del liceo. Ma cosa potrebbe succedere se la sua missione venisse completata da qualcuno più subdolo ed efficace? Qualcuno qui negli Stati Uniti inizia a chiederselo: ora che è stato dimostrato che le primarie e i partiti possono essere scalati con facilità chi potrebbe fermare una sua versione più scaltra? La speranza è che resti solo una memorabile gaffe del peggiore hopeful president della storia da mettere in un futuro montaggio nei servizi sulle presidenziali dei prossimi decenni. Un momento che ricorderò di aver visto sul posto dal televisore di una stanza d’albergo che affaccia sul Boston Common e sulla statua equestre di George Washington.