Casa de antiguidades, di João Paulo Miranda Maria

Un racconto immerso in un quasi realismo magico, ma malefico, che racconta di un Paese ripiegato su stesso e sull’orlo di una immanente rovina. In concorso al #TFF38

Ritorna il cinema brasiliano diretto erede di una radicata malinconia che diventa male di vivere. João Paulo Miranda Maria dirige un film, nel concorso torinese, molto “pedrocostiano”, nel quale il protagonista, quasi un alieno nel mondo reale, resta legato ad una innata animalità e nella sua selvaggia esistenza si inserisce una memoria subdola e silenziosamente esiziale. Una memoria che diventa forma di una identità perduta o comunque in pericolo, schiacciata dai colonizzatori-padroni che, a cominciare dalla lingua utilizzata, sembra vogliano cancellare ogni identità del Paese.

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Cristovam lavora in un caseificio del ricco sud gestito da austriaci, ma lui viene dal nord del Paese dove la povertà lo ha spinto all’emigrazione. Vive da solo, con un cane. Ma nella sua casa si materializzano le memorie sepolte del passato, i riti antichi e le forme misteriose di una animalità che si fa umana.

Un cinema grezzo, quello di Miranda Maria, dove il potenziale che l’idea possiede sembra restare in parte sopito. Un racconto immerso in un quasi realismo magico, ma malefico, che racconta di un Paese ripiegato su stesso e sull’orlo di una immanente rovina, come vanno in rovina i ricordi della oscura dimora di Cristovam e come, lentamente, si avvia alla conclusione la sua stessa esistenza. Casa de antiguidades è un film di esitazioni, di una identità popolare perduta, di atmosfere cupe e anche incomprensibili, dove la vita diviene consumazione dell’esistenza dentro una violenza accettata e subita, che Cristovam stesso dispensa senza altre soluzioni. È in questa atmosfera di sospensione, che diventa confine di un onirismo dentro il quale Maria avvolge la vicenda, in cui gli elementi umani e naturali sembrano essere strettamente legati da una origine comune e spietata, che Cristovam alla fine trasformerà la propria esistenza. È in questa mutazione che la solitudine lascerà il posto a quella connaturata violenza che deriva direttamente da una originaria crudeltà che avvolge ogni elemento terreno. Il film così si fa ambizioso e forse non basta il coraggio del giovane regista brasiliano a dominare una materia così complessa, così profondamente radicata nello spirito popolare e già affrontata, con altra scioltezza, anche narrativa, dal cinema. Il suo stile, che come si provava a dire, si modella su quello di altri autori che hanno dato forma filmica (ma con altri risultati) ad una malattia esistenziale e a quella solitudine che l’accompagna, pur nella sua ruvida consistenza si fa apprezzare, ma non è sufficiente a restituire al film quella piena soluzione espressiva rispetto ai temi che mette in gioco. Casa de antiguidades è sicuramente la prova di un giovane autore lontano da ogni forma di sciocca seduzione del proprio pubblico. Il suo cinema introspettivo sembra volere indagare, non tanto sul suo personaggio, portatore di una diversità che lo lega ad altre sfere del mondo – basti ricordare la sequenza iniziale – ma a quelle di una memoria incancellabile e a quella più terrena di una istintiva e irrazionale brutalità e qui è sufficiente invece la scena di sesso con l’anziana donna per restituire la naturale e quasi incosciente misura di questa sottile, ma evidente traccia di inumanità che lo possiede. Ma questa violenza sembra volere riscattare anche la progressiva cancellazione delle tradizioni, di una cultura popolare che nel mito trovava la soluzione al male del vivere. Cristovam diventa l’eroe scarificale di questo scontro e qui il film è metafora evidente di una colonizzazione culturale che impoverisce il Brasile da sempre terra di conquista. Una colonizzazione (delle anime, come avrebbe detto Wenders) che soprattutto i giovani non sembra vogliano comprendere. Maria, si serve del suo personaggio per una evidente critica alle sue coetanee e giovani generazioni colpevoli del rifiuto della propria cultura e di una rincorsa verso una generalizzata omologazione che diventa pietra tombale di ogni identità.

Il regista brasiliano non è conciliante e gli va riconosciuta la volontà di portare in porto un film che parte da assunti profondamente difficili da mettere in scena, che coinvolgono la coscienza popolare e le ancestrali paure collettive, qui condensate nella vita di questo personaggio che offre il suo corpo anziano, ma ancora asciutto e possente, per una vendetta finale contro un mondo sempre ostile e distante. La sua memoria, reificata nella sua oscura e quasi labirintica casa, luogo di memorie immaginarie, non è sufficiente a salvarlo, o forse diventa proprio la scintilla che fa esplodere la violenza, sottesa e repressa che si manifesta in più riprese con una quasi subliminale presenza, mostrando paure e angosce, insolubili e incomprensibili.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2.8

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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