CATTIVE LETTURE – "Cosmopolis", di Don De Lillo

don delillo
A otto anni di distanza dall’uscita di Cosmopolis, uno dei più incompresi ed “assoluti” romanzi dell’ultimo decennio, David Cronenberg sceglie ora di trarne un film. E allora la curiosità di ritornare sui (non) luoghi dell’abisso disegnato dal genio di Don De Lillo si fa troppo forte e ghiotta; Cronenberg incombe e quindi lo si deve fare prima

Cosmopolis, di Don De Lillo

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«Aveva qualche desiderio che non fosse postumo?»

  

 

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Nell’anno 2000. Un giorno di aprile”.  È così che inizia l’Odissea di Eric Packer, il ventottenne ultramiliardario protagonista di uno dei più controversi romanzi del maestro indiscusso della letteratura postmoderna americana: Don De Lillo. Una giornata, una città (New York con i suoi “strati” in cui incunearsi uno ad uno) e una limousine che travalica i confini dello spazio e del tempo. Per ritrovarsi ciclicamente in un eterno presente che agghiaccia le anime dei protagonisti e gli occhi del lettore delilliano. Sì perché il vecchio Don ci ha abituati (dal suo lontano e folgorante esordio con Americana nel 1971) a introiettare nelle sue epocali sperimentazioni sul linguaggio letterario un umanesimo dirompente che si fa prepotentemente largo, si insinua nelle pieghe delle parole o nelle sue sfiancanti ripetizioni, per risaltare come unica banchina solida di salvezza da contrapporre alla sfuggente liquidità del nostro (post)reale. L’umanità, pertanto, riesce sempre dolorosamente a (sopra)vivere in De Lillo: magari inseguendo il percorso di una semplice pallina da baseball in quarant’anni di Storia americana, come nel suo capolavoro assoluto Underworld. Ed ecco che, in prima battuta, si viene spiazzati entrando pian piano in questo spettrale Cosmopolis: libro piccino in confronto agli standard di De Lillo, secco, dalla copertina bianca e neutra che non lascia presagire alcunché. Sembra che in questa Manhattan senza confini, dove ci si sposta come in uno spazio virtuale, le tracce di umanità siano ormai quasi scomparse. Risucchiate anch’esse dalle immagini unidimensionali che si affastellano negli occhi di un protagonista che “guarda” da un finestrino.

Ma accade che a otto anni di distanza dall’uscita del romanzo – uno dei meno compresi e dei più assoluti dell’ultimo decennio – David Cronenberg (che ha fatto della ricerca dell’umano nell’inumano una sorta di missione del suo cinema entomologico) scelga di trarre un film proprio da questo Cosmopolis. E allora la curiosità di ritornare sui (non) luoghi dell’abisso di De Lillo si fa troppo forte e ghiotta; Cronenberg incombe e quindi lo si deve fare prima. Prima che il maestro assoluto dell’estetica della “nuova carne” ci fornisca il suo attesissimo punto di vista cinematografico. Tracce di umanità invisibili si diceva, fuse con le “macchine” in primis (tema straordinariamente cronenberghiano) e con i pixel digitali poi:

  

Quella era l’eloquenza di alfabeti e sistemi numerici, ora pienamente realizzata in forma elettronica, nel sistema binario del mondo, l’imperativo digitale che definiva ogni respiro dei miliardi di esseri viventi del pianeta. Lì c’era il palpito della biosfera. I nostri corpi e oceani erano lì, integri e conoscibili.

  

Lo spazio naturale dell’uomo messo in fortissima crisi già dalla letteratura del novecento – perdita di ogni coordinata eDon De Lillo morte del concetto di luogo che provoca l’implosione dell’identità individuale in scrittori come Baudelaire o Musil e in filosofi come Mark Augé – si rinchiude in una città/mondo epicentro dell’esplosione dei segni nella letteratura postmoderna (Pynchon, Ballard e lo stesso De Lillo), per poi approdare conseguentemente ad una totale smaterializzazione fisica che provoca follia cronica nell’uomo (i romanzi odierni di Ellis o Palaniuk). In tutto ciò Cosmopolis si pone come framezzo, come viaggio al termine della notte alla strenua ricerca di qualcosa: Eric si sveglia una mattina nella sua immensa villa e cerca disperato poesia nelle cose che “guarda”, ma non ci riesce più (non c’è più nemmeno un feticcio salvatore: la palla da baseball da inseguire). E allora esce dal suo guscio rinchiudendosi subito in una ipersicura placenta protettiva (la limousine bianca che pare spostarsi come il mouse di un Pc), mosso solo dal bisogno stupido e primario di tagliarsi i capelli. Eric è un giovanissimo guru della finanza che fa della virtualità delle sue azioni sui mercati la sua arma di vittoria nel mondo reale, nonché unico scopo della sua esistenza. Ma ora avverte un terribile deficit emotivo e si dona ancora al movimento per trovare senso. Incontra i suoi più stretti collaboratori ad uno ad uno nelle strade di New York, si ferma e li fa entrare in auto per brevi meeting. Una evidente inverosimiglianza narrativa che in De Lillo si fa paradosso temporale: tutto in un giorno, tutto in un luogo, la vita in un pomeriggio come nell’Ulisse joyciana. Noi lettori ci addentriamo in una sorta di città virtuale dove la limousine/mouse fluttua come in un social network e chatta con altre "tracce" di umanità che segnano inesorabilmente la morte di ogni residuo di romanticismo. Ed Eric si trova per la prima volta a disagio con i concetti e i valori che l’hanno portato al successo: è qui che, finalmente, andando avanti nella lettura del romanzo incominciamo a riconoscere il vecchio De Lillo. È come se accerchiato da se stesso e dai mille impulsi che vogliono “formattarlo” alla velocità corrente della virtualità che lui stesso ha creato, Eric (il guru del nuovo capitalismo e simbolo della globalizzazione finanziaria) inizi ad operare per sabotare dal suo interno questo movimento:

  

Nessuno morirà. Non è questo il credo della nuova cultura? Verranno tutti assorbiti dentro flussi di informazioni. Non ne so nulla. I computer moriranno. Stanno morendo nella loro forma attuale. Sono quasi morti come unità distinte […] si stanno fondendo nel tessuto della vita quotidiana.

   

Cronenberg e De LilloEcco che l’aspetto cronenberghiano viene illuminato dalle parole di Eric/De Lillo. Quella fusione tra uomo e macchina che nel Ballard di Crash aveva fornito uno degli incubi più devastanti dell’immaginario metropolitano odierno (rilanciato in forma ancora più materica e pulsionale dal film di Cronenberg) qui fa un passo in avanti. Le macchine moriranno anch’esse e sopravvivranno solo dei meri “dati”, dei virtuali database che incapsuleranno l’umanità. Resta il problema delle pulsioni ferine che terroristicamente (o romanticamente?) dovrebbero evadere da tutto ciò…ed è questo, ci scommettiamo, che sarà il campo su cui insisterà il regista canadese nella sua trasposizione. Ma torniamo ad Eric: il suo scellerato investimento nell’ottusa convinzione che lo yen prima o poi crollerà rendendolo più ricco, cosa che non avverrà mai, è chiaramente la ricerca di un suicidio pubblico per riscoprire una sua identità privata. E allora ci troviamo ad incrociare spesso, come uno splendido fantasma che si libra per la città in luoghi e tempi differenti, la sua misteriosa compagna di vita. Donna eterea, angelo custode e moglie continuamente tradita (Eric farà un viaggio anche nelle sue deviate pulsioni sessuali nel pomeriggio newyorchese), Elise è una poetessa in cerca perenne delle parole che spieghino ancora i sentimenti: ricomparirà spesso nei momenti di struggente dubbio di Eric, come un fulmine di luce ambasciatrice di calore nel gelo della limousine. Ed Eric, solo guardando lei, torna disperatamente a voler essere:

  

consapevole di ciò che mi sta intorno. Capire la situazione di un’altra persona, i sentimenti di un’altra persona. Sapere insomma cos’è importante.

  

La limousine si inoltra in cortei presidenziali, proteste politiche di piazza con esseri umani che si danno fuoco in nome di un idealismo ormai morto e funerali di idoli nazionali che producono show perenni e ininterrotti. Ed Eric è lì, a testimoniare. Ma non più con lo sguardo fulmineo e leggerissimo del flaneur di Baudelaire, ma con lo sguardo perennemente filtrato da uno schermo. De Lillo confina lo sguardo di Eric tutto in un agghiacciante proposizione: «in TV aveva più senso». Gli avvenimenti che avvengono a pochi centimetri di distanza nella città/mondo, separati solo da uno sportello di automobile, vengono visti ed interpretati da Eric attraverso uno Schermo (che proietta solo crudi dati finanziari, una serie infinita di zero e di uno: virtualità) che si sovrappone alla Limousine (il vecchio filtro novecentesco della “macchina”). Ed ecco il senso del rilancio di De Lillo su Ballard: dall’uomo macchina all’uomo pixel. E forse, perché no, il Cosmopolis di Cronenberg potrebbe già essere considerato come il terzo anello di una trilogia che comprende appunto Crash e il suo titanico Videodrome.

Il viaggio del nuovo Ulisse Eric è continuamente minacciato dallo spettro di un incubo omicida. C’è qualcuno là fuori cheCosmopolis vuole ucciderlo: sia come persona, sia come simbolo vivente di una umanità senza più orizzonti. Si tratta di Benno Levine, un ex dipendente della sua azienda, che De Lillo tratteggia con due brevi capitoletti in prima persona tratti dal suo folle diario. Pagine che eruttano una vibrante umanità malata. Ed è qui che si annidano i fantasmi dei giovani discepoli di De Lillo, Benno infatti potrebbe essere un protagonista perfetto di un romanzo di Ellis o Palaniuk:

   

Passerò  il resto della mia vita in questo spazio abitativo a scrivere questi appunti, questo diario, registrando le mie azioni e riflessioni, trovando un po’ di dignità, un po’ di valore in fondo alle cose. Voglio diecimila pagine che fermino il mondo. […] Ho attacchi di susto, una specie di perdita dell’anima, originaria dei Caraibi, che ho inizialmente contratto su Internet poco prima che mia moglie prendesse suo figlio e se ne andasse.

  

Se Eric è l'uomo in movimento che cambia il mondo con le sue intuizioni sulla fluidità finanziaria, Benno è il suo fantasma/specchio che vuole ucciderlo e se ne sta rintanato in casa a “scrivere” per cercare un senso. Eric ha paura di Benno ma ne viene fatalmente attratto, proverà lui stesso in prima persona l’ebbrezza ferina di togliere la vita a qualcuno. E il suo movimento nella città terminerà proprio con l’incontro finale in cui le due “umanità” del nuovo Ulisse si scontreranno in un ennesimo Crash!

È in questo preciso istante che l’anima sottilmente sentimentale del vecchio De Lillo torna a risplendere. Le ultime pagine del romanzo potrebbero appartenere al Nick Shay di Underword o al professor Jack Glandney di Rumore Bianco: uomini in crisi, preda della loro emotività ormai retrò e in disperata ricerca di una identità che li definisca proprio come Eric. E De Lillo li coglie magnificamente mentre si muovono nelle ceneri/segni del mondo:

 

tante cose ormai andate, ecco chi era, il gusto perduto del latte succhiato dal seno materno, la roba che espelle quando starnutisce, questo è lui, e il modo in cui una persona si trasforma nel riflesso che vede passando accanto a una vetrina polverosa.

  

Definitivo, immenso Don De Lillo.

  

  

 

BIBLIOGRAFIA ITALIANA DI Don De Lilllo

Americana (Americana, 1971) (Einaudi, 2008)

Great Jones Street (Great Jones Street, 1973) (Einaudi, 2009)

Giocatori (Players, 1977) (Einaudi, 2005)

Cane che corre (Running Dog, 1978) (Einaudi, 2006)

I nomi (The Names, 1982) (Einaudi, 2004)

Rumore bianco (White Noise, 1985) (Einaudi, 1999)

Libra (Libra, 1988) (Einaudi, 2000)

Mao II (Mao II, 1991) (Einaudi, 2003)

Underworld (Underworld, 1997) (Einaudi, 1999)

Body art (The Body Artist, 2001) (Einaudi, 2001)

Cosmopolis  (Cosmopolis, 2003) (Einaudi, 2003)

L'uomo che cade (Falling man, 2007) (Einaudi, 2008)

Punto omega (Point Omega, 2010) (Einaudi, 2010)

 

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Un commento

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    Magnifica incursione nel corto circuito Cronenberg-De Lillo! dire "non vedo l'ora" è poco. Se penso al lavoro che C. ha fatto per Crash, veramente uno dei pochi film degni di figurare come opera a sè accanto al libro, le aspettative crescono ancora! E io sogno pure un Rumore bianco diretto da Egoyan.