CATTIVE LETTURE – "Eva dorme" tra memorie e fantasmi

 
Eva dormeQuando la parola Heimat compare per la prima volta, nelle pagine di Eva dorme, è in riferimento a una perdita, a un distacco: quello richiesto ai sudtirolesi nell’ottobre del 1939 quando, in seguito all’accordo tra Hitler e Mussolini noto come l’Opzione, gli abitanti di lingua tedesca furono invitati ad abbandonare la loro comunità d’origine per ricostruirla altrove, in seno alla Deutschland. Un esodo silenzioso, caduto in fretta nell’oblio, ma trascinatosi per anni sulle medesime traiettorie, spesso ripercorse, in senso inverso, dopo la fine della guerra. Tutto il romanzo di Francesca Melandri ruota intorno alla ricerca di questo legame primigenio con una patria – una patria-casa e una patria-madre –, di un’identità smarrita con la Storia e faticosamente riconquistata in modo diverso attraverso le tante storie individuali. Tra senso di appartenenza e desiderio di libertà e apertura si muovono i suoi personaggi. Hermann Huber, il contadino austriaco di nascita e di cultura spezzato dalla perdita identitaria, la cui intera parabola esistenziale appare solo un tentativo fallito di evasione dalla propria sorte. Sua figlia Gerda, archetipica portatrice di una sapienza antica e personificazione, a dispetto di un’esistenza di continui sradicamenti e privazioni, di un senso sacro delle radici e del territorio. E poi Eva, la bambina illegittima che l’amore materno ha salvato dall’umiliazione del pregiudizio ma non da un futuro di adulta incompleta, sospesa in un precario equilibrio affettivo ed esistenziale in cui l’andirivieni costante tra il mondo esterno e la Heimat oscilla tra un “fuori” vissuto con intensità estrema e un “dentro” che ha i contorni del rifugio in un involucro di non-decisioni. Eva che soffre d’insonnia ma che spesso dorme nei momenti cruciali, per incoscienza, per difesa o per fuga; Eva che è costretta a risvegliarsi per correre all’estremo opposto dell’Italia al capezzale di un uomo morente, l’unico che abbia mai reso lei certa dell’amore di un padre e sua madre di quello di un uomo. Se Gerda è la matrice della storia, è sua figlia a rievocare l’incontro tra due mondi costretti a sovrapporsi, a indietreggiare e ad affrontarsi, in un caos incessante di voci, simboli, colori e suoni che solo raramente diventa armonia.
 
 
Optanti in partenzaLa letteratura in lingua italiana capace di evocare atmosfere e contorni di una parte d’Italia che per molti continua a essere solo una remota destinazione vacanziera è molto circoscritta. Un dato che sembra accomunare le poche voci significative è la tendenza a trasmettere, di questa terra di contraddizioni esasperate, soprattutto la condizione che spesso identifica, un po’ ovunque, la gente di confine: lo spaesamento, la curiosità, l’attrazione mista a timore verso la libertà da ogni senso opprimente di appartenenza. Ne sono un esempio La città sul confine di Paolo Valente (Edizioni O.G.E., 2006), suggestiva incursione nella storia e nella cultura locali all’interno di una visione decisamente dinamica della frontiera, oppure La città dove le donne dicono di no di Alessandro Banda (Guanda, 2005), in cui la cittadina di Merano è trasfigurata nel nome (Meridiano) e nella fisionomia in un non-luogo che si tinge di leggenda. L’identità territoriale smette di essere un fatto semplicemente privato per assumere una dimensione più profonda e simbolica. Il romanzo di Francesca Melandri (Mondadori, 2010), sceneggiatrice al suo esordio nella narrativa, rappresenta, in questo senso, qualcosa di diverso. Certamente racconta quello stesso vissuto, ma lo fa collocando i personaggi e le loro vicende individuali in uno scenario riconoscibile solo nella sua precisa e irripetibile individualità. Lo sguardo ampio su una (trascurata) pagina della nostra storia si unisce al racconto più intimo delle vicende dei protagonisti attraverso un io narrante di lingua tedesca e passaporto italiano in cui risuonano costantemente gli echi dissonanti di un mondo a parte che non somiglia, e non vuole somigliare, a nessun altro. Francesca Melandri, che è nata e vive a Roma ma ha vissuto per quindici anni in Alto Adige, conosce da vicino questa terra che ha nell’ossessione per se stessa la sua ricchezza e il suo limite. Ne ripercorre la storia nelle sue tappe essenziali, il distacco dall’Austria, l’italianizzazione forzata durante il fascismo e le migrazioni verso il Reich, le discriminazioni che non cessano con la fine della guerra e la nascita di un fronte di liberazione, le bombe del giugno del 1961 cui seguono anni di rappresaglie, nuovi attentati, militarizzazione del territorio. Lo fa soprattutto mettendosi nei panni di chi ha vissuto sulla propria pelle uno status perennemente in bilico tra contrari venti politici, opposti fondamentalismi etnici, discontinui mutamenti sociali. Punteggia le pagine con espressioni dialettali e vocaboli in tedesco, che sono l’aspetto più evidente di un tentativo costante di recuperare lo sguardo dell’altro, di includere in un’ideale specularità due facce della stessa realtà, come due termini diversi – Südtirol/Alto Adige – stanno a indicare il medesimo luogo, e la differenza dipende solo “da dove lo si guarda, se da sopra o da sotto”.
 
 
Uno dei simboli dell’Alto Adige: il campanile del lago di Resia, testimonianza dello scomparso paese di CuronL’accoglienza quasi unanimemente positiva di cui, almeno finora, è stato oggetto Eva dorme è in parte legata alla sua originalità tematica, alla sua natura di testo che in qualche modo, per le ragioni suddette, va a colmare un vuoto; ma anche all’indubbia sincerità dell’ispirazione, percepibile nella cura che dà chiara forma a volti, passioni, paure, viltà ed eroismi, nella sintonia con una prospettiva, per così dire, “dal basso”, che abbraccia una moltitudine di minute storie e vicende. Le scuole clandestine in cui durante il fascismo si continua a insegnare il tedesco, lo sgomento degli operai immigrati dal Sud alla stazione di Bolzano, lo stupore di fronte alle avveniristiche stazioni sciistiche comparse in una terra tanto antica da possedere dei menhir, la fatica di corpi che tagliano fieno e riportano su a spalle la terra franata a valle per gli acquazzoni, sotto la presenza invasiva e superba del cielo: ogni volta che l’autrice si misura con questo vissuto è come se recuperasse da una memoria sopita un punto di vista nuovo e autentico. È nel momento in cui tenta di distaccare lo sguardo e si lascia prendere dall’ansia di spiegare le ragioni storiche sottese a ogni evento descritto che invece, paradossalmente, la sua scrittura perde spontaneità e freschezza, si appesantisce di divagazioni che suonano inutili e didascaliche. Il racconto della mancata rappresaglia di Montassilone nel settembre del 1964, sventata da un tenente colonnello che si rifiutò di sparare sui civili, sta tutto in poche, vivide immagini – come quella della donna sorpresa in casa dai soldati che tenta, assurdamente, di proteggere il figlio con una padella da cucina –, cui nulla giova il resoconto dettagliato delle conseguenze dell’operazione e ancor meno l’immaginaria telefonata tra il tenente e il generale De Lorenzo, presunto ispiratore dell’ordine (al quale la Melandri attribuisce tra l’altro una responsabilità diretta in realtà mai dimostrata). Anche le complesse vicende legate al raggiungimento dell’autonomia suscitano interesse, più che per l’esplicito tributo alla figura del suo artefice Silvius Magnago, per i tanti dettagli che esprimono la traduzione pratica del compromesso linguistico, l’esperienza quotidiana della rigida compartimentazione etnica. Quella in cui anche gli immigrati, per esistere, devono scegliere se appartenere al gruppo tedesco, italiano o ladino; e dove può capitare che un cinese di Shandong, la cui lingua madre è un dialetto tonale e, soprattutto, monosillabico, leggendo l’intestazione del formulario per la dichiarazione che, in tedesco, recita Sprachgruppenzugehörigkeitserklärung, abbia una reazione viscerale a una lingua che con trentasei lettere e undici sillabe può formare una parola sola, e decida di dichiararsi italiano.
L’intento sincero di tracciare una cornice unitaria in cui far dialogare storia collettiva, storia locale, costume, rapporti Nord-Sud e legami familiari non sempre trova le forme per tradurre l’ispirazione in suggestione, visione, rivelazione. Forse un’opera più importante che bella, che suscita però qualche pensiero non banale su quello che, come Paese unificato, siamo diventati. Se la nostra multiculturalità possa avvicinarsi a quel miracoloso seppur precario equilibrio che talvolta le persone come Eva, costrette per nascita a far dialogare dentro di sé le proprie differenze, mediandole, riescono a raggiungere, o se il suo destino assomigli a quello del Wastl, il monumento all’Alpino di Brunico più volte distrutto e ricostruito: “I giovani soldati di leva in mimetica e scarponi, armati di scope e palette, raccattavano da terra i cocci del Wastl. Più che forze militari spiegate contro un terrorismo ormai obsoleto, sembravano brave massaie. Nessuno più aveva interesse per queste cose, tranne pochi esaltati, né da una parte né dall’altra. Perfino l’Associazione nazionale alpini, qualche mese dopo, prese la saggia decisione di non ricostruire più il monumento, bensì di erigere un bassorilievo in granito raffigurante gli alpini in servizio di pace. Fino alla sua realizzazione, il busto mozzato del Wastl sarebbe rimasto al suo posto sul piedistallo. Il bassorilievo però non fu mai scolpito, e il moncone di statua rimase lì, dov’è tuttora”.
 
 

  • a.zapperi zucker

    non ho letto il libro, ma questo commento è molto interessante,scritto bene, da persona competente. Complimenti, Sara Orazi, molti critici letterari dovrebbero forse imparare da lei!