Caveman – Il gigante nascosto. Intervista a Tommaso Landucci

Il regista toscano è al suo primo lungometraggio, ma può già vantare importanti collaborazioni. A Sentieri Selvaggi ha raccontato se stesso e il suo Caveman, in uscita nelle sale il 17 febbraio

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In occasione dell’uscita del suo primo lungometraggio, intitolato Caveman – Il gigante nascosto, Sentieri Selvaggi ha intervistato il giovane regista Tommaso Landucci. Il suo film d’esordio, presentato alle Giornate degli Autori di Venezia 2021, arriva in sala dal prossimo 17 febbraio.

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Iniziamo parlando un po’ di te. Sei molto giovane, eppure puoi già vantare delle collaborazioni importanti. Allievo di Daniele Luchetti al Centro Sperimentale, assistente di Claudio Giovannesi e Luca Guadagnino, sotto l’ala protettiva di James Ivory. Potresti raccontarci un po’ il tuo percorso, anche attraverso qualche aneddoto?

Allora io sono nato a Lucca da una una famiglia di insegnanti delle scuole superiori. Tutta la mia famiglia ha a che fare con la scienza: mio padre è un fisico, mio madre e mio zio matematici e mia zia una biologa. Anche io ho iniziato con ingegneria biomedica, ma dopo i primi esami, che mi sono anche piaciuti, è apparsa questa possibilità di fare un cortometraggio. Avevo comunque nell’anticamera del cervello l’idea di fare cinema. Grazie a quel corto sono poi andato a Roma al CSC, scuola molto importante per i contatti (come quelli con Claudio Noce, Paola Randi e appunto Giovannesi). Sono diventato assistente, facendo la gavetta sul set, anche in film molto piccoli, ma sono proprio questi a permettere uno stretto contatto con il regista. Luca Guadagnino poi mi ha chiamato per fare A Bigger Splash. Io devo molto a Luca, il periodo con lui è stato quasi più formativo della scuola, più breve ma sicuramente più intenso. Mi ha sempre aiutato, nonostante questo suo modo a volte provocatorio.

Proprio durante la mia collaborazione per A Bigger Splash ho conosciuto James Ivory, con cui Guadagnino stava collaborando per il futuro Chiamami col tuo nome. James è di un’eleganza incredibile, quando sei con lui pensi: “Voglio essere come lui da grande”. Vive da solo vicino a New York in questa casa in stile vittoriano, come in un suo film. La sera prepara i cocktail per tutti e si parla di qualsiasi cosa tranne che di cinema. Sembra di essere sempre in un’altra epoca e mi ha insegnato una cosa in particolare. Una sera James stava revisionando a me e a Damiano Femfer una sceneggiatura. Ad un tratto gli suona il telefono: era Wes Anderson. Lui con la sua eleganza fa una cosa alla volta: guarda il telefono e lo lascia lì per dedicarsi a quello che stava facendo. Io mi sono sorpreso di questa cosa perché era Wes Anderson, ma probabilmente a lui non ha fatto lo stesso effetto. La realtà è però che a prescindere da questo ad Ivory piace dedicarsi alle cose con la giusta attenzione, senza l’ossessione di cogliere le occasioni come se stessero per sfumare da un momento all’altro, se qualcuno ha bisogno di parlarci, ci richiamerà.

Venendo al film, tu in precedenti interviste hai affermato di aver aspettato qualche mese, sotto consiglio di James Ivory, dopo la notizia della grave malattia del tuo protagonista, lo scultore Filippo Dobrilla, per lasciare che fosse il tempo a decidere. Questo evento, totalmente inaspettato, ha dato senza dubbio una svolta al film. Una volta ricominciate le riprese, anche dettate dalla voglia di Filippo, che cosa è cambiato a livello tecnico e personale?

Tutto, è cambiato tutto. Da un punto di vista pratico è cambiato il numero di persone della troupe. Se in grotta eravamo una dozzina e se invece le scene di esterni (come quelle con Sgarbi) erano gestite da un gruppo di 4 o 5 persone, in ospedale eravamo uno o due. Praticamente con Filippo c’ero solo io, anche per la sua situazione psicologica. Questa ha fatto sì che anche fra di noi sia nato un certo rapporto, a volte era lui a chiedermi di girare. Ad esempio la scena della balena è nata da lui, quasi come un gioco, per passare il tempo. Poi lui era un artista, quindi il suo passare il tempo è diventato qualcosa di più. Il film si è quindi articolato su due basi diverse, le riprese in grotta sono costruite e più propriamente cinematografiche, con i classici “azione” e “stop”, l’ospedale invece ha permesso lo stupore della realtà. Anche perché in quel momento la produzione ha capito che ci voleva del tempo. La produzione mi ha concesso enorme libertà vista la gravità della situazione, è stato molto importante non sentire la pressione, per far sì di poter aspettare che fossero le cose ad accadere. Tutto questo l’ho imparato facendo, questo documentario è stato un po’ un caso studio. Secondo me infatti il film è riuscito molto meglio nella seconda parte rispetto alla prima, proprio per questo motivo.

Parlando proprio di questo, la scelta del tuo progetto è stata decisamente coraggiosa. All’inizio è sicuramente una scommessa su una storia molto interessante, ma senza dubbio sconosciuta. Inoltre, sin dall’inizio sapevi che ci sarebbero voluti anni per realizzare il film.

In questa storia mi ci sono imbattuto per puro caso, ma la verità è che un personaggio così non lo puoi mollare. Se ci fosse stata soltanto la statua e non Filippo, non sono sicuro che avrei messo tutto l’impegno che ho messo. Non mi sento così coraggioso ad aver deciso di fare il documentario, perché Filippo era davvero un personaggio fuori dal comune e dopotutto sconosciuto. Dal punto di vista produttivo mi sono reso conto nel tempo che questi film che raccontano passaggi di vita di una persona, seguirli per molti anni non è un di più, è indispensabile, l’effetto non sarebbe stato lo stesso se si fosse trattato di qualche mese. Nel mio caso poi c’è stata molta incoscienza. Quando l’ho conosciuto avevo 23/24 anni e dicevo: “Tanto il film finirà fra un anno!”. Questa inconsapevolezza è passata con tempo, però ormai c’ero troppo dentro al film e poi l’ho portato avanti.

Il sottotitolo, molto interessante, “Il gigante nascosto” oltre alla sua statua potrebbe anche riferirsi a Filippo Dobrilla stesso. Si tratta infatti di un grande artista rimasto poco noto fino all’arrivo del tuo film, possiamo dire. Come ti fa sentire l’aver rivelato la sua arte e la sua persona?

Ti ringrazio per aver citato il sottotitolo, perché questo è il titolo che volevo per il mio film. Non amo “Caveman” per nulla, ma accetto le ragioni produttive e capisco che sia un tentativo per raggiungere un pubblico più ampio. Il titolo però secondo me non rappresenta per nulla Filippo, e se avessi voluto un film per il grande pubblico, lo avrei fatto diversamente. Tornando alla tua domanda, sono egoisticamente contento di aver finito il lavoro, per poter passare ai miei prossimi progetti. Sono anche contento che Valmyn abbia deciso di distribuirlo, molte volte certi documentari non hanno affatto una distribuzione. La responsabilità non la sento ora che il film esce, la avevo durante il montaggio. Mi sono sentito in colpa, perché Filippo era appena morto e sapevo che a causa di questa cosa era venuto un film migliore di quello con cui eravamo partiti. Ci ho messo un anno per il montaggio proprio perché facevo fatica anche a vederlo. Il mio grosso cruccio è il fatto che alla fine Filippo non l’ha mai visto. Secondo me lui non si aspettava completamente di morire, perché nella vita aveva passato tante situazioni di pericolo, specialmente in grotta. Ma senza dubbio, anche solo a livello inconscio, voleva un testimone, e lo ha trovato in me.

Hai accennato a futuri progetti? Si parla di un lavoro con Michela Murgia e hai recentemente vinto il premio Franco Solinas con una tua sceneggiatura scritta insieme a Damiano Femfert, I figli della scimmia

Sì, quello con Michela è un thriller psicologico sulla tematica di genere, dal titolo Re di Venere. Abbiamo cominciato a lavorarci già da un po’, anche se in maniera abbastanza altalenante, visto che lei lavora ad un sacco di cose. L’altro lavoro invece ha fatto appunto il percorso del Solinas, è un dramma familiare. Parla di un padre che ha un figlio disabile e un nipote normodotato e del momento in cui il nipote, quattordicenne, comincia ad allontanarsi dai propri genitori e si avvicina a suo zio. In questo passaggio il protagonista si rende conto di preferire suo nipote perché con lui riesce a fare tutte quelle cose che si immaginava avrebbe fatto una volta diventato padre. Di base è un film sulla paternità, sul fatto che i figli non sono i nostri eredi. Spero che il titolo resti questo, perché lo io amo molto, viene da una favola di Esopo che spiega come le scimmie abbiano sempre due figli: uno che amano e coccolano, l’altro che odiano ripudiano. Finisce però sempre che quello lasciato da parte cresce inevitabilmente più forte, quello che riceve troppo affetto finisce invece soffocato dagli abbracci della madre.

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