Ceci n’est pas un blasphème, la blasfemia che diventa arte

Al PAN di Napoli la mostra Ceci n’est pas un blasphème, dedicata alla libertà di espressione contro la censura religiosa. Ecco la storia dei manifesti-scandalo affissi per la città e divenuti virali

Pochi giorni fa, sfruttando la facile indignazione delle frange politiche più conservatrici e la natura anarchica e sovversiva di internet, è rimbalzata su giornali e social network la notizia che a Napoli sono stati affissi diversi cartelloni dal contenuto blasfemo. In questi casi è facile soffermarsi solo sull’aspetto superficiale, criticando o di contro ridendo di quelle immagini, diventa più difficile chiedersi cosa spinga ad un’iniziativa simile.

Al link un esempio dei poster pubblicitari incriminati.

L’iniziativa è opera di privati e anonimi cittadini che vogliono portare l’attenzione del pubblico sull’evento Ceci n’est pas un blasphème, Festival delle arti per la libertà d’espressione contro la censura religiosa. Il festival si articola in un’esposizione di opere al PAN (Palazzo delle Arti di Napoli) fino al 30 Settembre, oltre che vari eventi di dal vivo tenutisi nella città. Gli organizzatori del festival, come gli autori dei poster, prendono spunto dalla campagna della religione satirica del “Movimento pastafariano italiano” Dioscotto, che ha l’obiettivo di portare all’abolizioni delle leggi contro la blasfemia oggi ancora in vigore in Italia.

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Il festival però non si limita ad appoggiarsi a questa campagna, quello che fa è avviare una ricercata e attenta riflessione su ciò che è considerato blasfemo e sull’enorme influenza che ancora oggi la religione cattolica e il Vaticano esercitano sulla vita politica italiana. Le figure di Dio e della Madonna sono spesso citate e sfruttate da diversi politici, carte jolly capaci di accendere facilmente gli animi degli elettori, attirando voti senza la necessità di avere un programma strutturato, risultando al contempo quasi inattaccabili. A differenza di tutti gli altri discorsi politici, essi possono difficilmente essere oggetto di satira, in quanto questa cadrebbe in quei reati considerati blasfemia. L’irriverenza e la blasfemia del festival sono funzionali a svuotare la religione della sua aura sacra, in modo da farcela osservare per quello che è: un argomento.

La provocazione di Ceci n’est pas un blasphème cade in un momento storico che definire adatto sarebbe riduttivo, a poche settimane dall’annuncio della decisione di AGCOM di multare per blasfemia il popolare show I Griffin, e pochi mesi dopo le accese discussioni suscitate dalla richiesta del Vaticano di non approvare la legge sull’omotransfobia in base ai patti lateranensi. La mostra di Napoli e i suoi cartelloni apocrifi spingono lo spettatore a chiedersi perché ci si indigni tanto quando la religione diventa oggetto di satira, ma non si faccia altrettanto quando essa viene strumentalizzata e asservita dalla politica.

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