Céline et Julie vont en bateau, di Jacques Rivette

Per sognare non c’è bisogno di dormire. Le immagini possono essere parallele. Senza sovrapporsi ma alternandosi. Nel cinema di Jacques Rivette, vita e rappresentazione diventano ancora gli elementi fondamentali di un cinema che si costruisce sotto gli occhi dello spettatore. Che richiede di non essere passivo. Ma anzi di integrarsi dentro la storia. Di dargli l’illusione di poter cambiare il corso della vicenda anche attraverso le proprie reazioni: una risata, un colpo di tosse, una nascosta paura nervosa. Forse Céline et Julie vont en bateau rappresenta la sintesi perfetta di questo ipotetico inconscio desiderio di Rivette. E mostra una magnifica libertà nella sua complessità. Uno spirito quasi da gioco infantile dietro visioni che possono trasformarsi in un tormento.

A Montmartre, a Parigi, Julie (Dominique Labourier), una timida bibliotecaria, è seduta su una panchina. All’improvviso passa una ragazza che ha perso gli occhiali. Si tratta di Céline (Juliet Berto), una prestigiatrice che lavora in un locale notturno. Julie inizia a inseguirla per tutta la città e riesce a incontrarla in un bar solo il giorno dopo. Col tempo diventano amiche. Ed entreranno in contatto  con la vicenda di due donne misteriose, dove una vuole uccidere una bambina per poter così sposare il padre vedovo.

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Il racconto, il sogno. Dove Rivette recupera gli inseguimenti labirintic di Paris nous appartient e Out 1. E le complesse trame familiari di L’amour fou. Parte come un film muto (i primi 9 minuti sono praticamente senza dialoghi) e viaggia su più dimensioni. La doppia realtà è ispirata a Henry James (The Romance of Certain Old Clothes). Ma soprattutto c’è Lewis Carroll di Alice nel paese delle meraviglie. Céline diventa come il coniglio bianco. E nelle fitte trame di riferimenti, Rivette gioca a ping-pong cn l’immaginario. Forse è il suo film nel film. Un anno dopo Effetto notte. Anche se i due film, accostati, appaiono lontanissimi. Il cinema in Céline et Julie vont en bateau si forma soprattutto nella continua tensione nell’intrappolare il movimento. E nelle storie raccontate che prendono forma. Con l’immagine della famiglia come un oscuro thriller. E le due protagoniste, ora diventate spettatrici, che cercano di entrare dentro quell’altrro film per modificarne la storia e il finale.

Sembra pura improvvisazione. In realtà la sceneggiatura segue un itinerario preciso. E ci hanno collaborato anche le quattro protagoniste Juliet Berto, Dominique Labourier, Bulle Ogier e Marie-France Pisier. Dove ognuna di loro ha scritto parte dei dialoghi del proprio personaggio. La magia prende forma dai dettagli: il numero nel locale, le carte in biblioteca, la cassapanca con le bambole, la piscina rosa a forma di cuore. Rivette sembra prestare a Céline e Julie il proprio sguardo. E quello che hanno davanti agli occhi, può essere plasmato e poi restituito nel film in modo differente da come era prima. Come il pittore davanti alla propria modella. Altri fantasmi che torneranno 17 anni più tardi attraverso Michel Piccoli, Emmanuelle Béart e il quadro-sintesi di La bella scontrosa. Ma che in Céline et Julie vont en bateau volano sempre altissimo. Anche nel finale sulla barca del titolo. Si, da lì inizia un altro viaggio. Di un gioco, un inseguimento che potrebbe estendersi ancora di più nella durata.

Forse il fantasy del regista. Vincitore del Premio speciale della Giuria al Festival di Locarno del 1974. Che vede anche la presenza di Barbet Schroeder nei panni del vedovo. Ed è anche attraversato da un altro spettro, Jean Eustache: è lo spettatore al cabaret e un uomo che sta leggendo in biblioteca. Quasi pre-Lynch. Mulholland Drive sembra infatti avere diversi debiti con questo film.

 

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Titolo originale: id.
Regia: Jacques Rivette
Interpreti: Juliet Berto, Dominiique Labourier, Bulle Ogier, Juliet Berto, Barbet Schroeder, Nathalie Asnar
Durata: 193′
Origine: Francia, 1974