“C’era una volta in Anatolia”, di Nuri Bilge Ceylan

ceylanL’autore di Uzak (Gran Premio della Giuria a Cannes 2003), Il pensiero e l’amore (Premio FIPRESCI nel 2006), e Le tre scimmie (miglior regia a Cannes 2008), gira nella steppa dell’Anatolia, una storia di intrighi e segreti, con al centro l’ambiguo rapporto tra un medico legale e il procuratore del distretto. Nel bel mezzo di un’area vulcanica, circondata da montagne innevate, lunghe strade deserte che ondeggiano tra le colline battute dal vento e da improvvisi e scrosci d’acqua, la luce di notte è solo un lampo fulmineo che illumina per un attimo i punti ciechi e aridi della storia. È un viaggio nel bel mezzo della steppa: la sensazione che qualcosa di nuovo e diverso stia per nascere dietro ogni collina, ma sempre, infallibilmente, percorrendo strade monotone che si snodano, spariscono e riappaiono. C’è il mistero di un cadavere da ritrovare. Tre auto della polizia partono alla ricerca e con se anche i presunti assassini ammanettati. Una notte intera peregrinando ai bordi del mistero, sostando qua e la, ai margini della scoperta di un luogo immerso nelle aridità delle tenebre. Tutti nascondono un lato oscuro e lentamente le verità risalgono, come un sussurro, un rimando ad altro, uno svelamento intimista e sconcertante. Ceylan copre la carne, non la mostra mai: quella morta del cadavere, ma anche quella di agnello che i protagonisti mangiano a casa di un loro amico. C’è quindi sempre la sensazione che qualcosa si nasconda e che possa venir fuori improvvisamente.
Lenta ed estenuante vivisezione di spazi ardui ed infiniti, quasi tre ore che sembrano poter collassare in un istante, istante sempre però rimandato, ripassato al più temibile tempo che scorre teso tra il rimosso e il non detto. All’improvviso si fa giorno, ed è quasi una sorpresa, forse l’unica, insieme ad una macchia di sangue che imbratta il volto del medico, durante un’autopsia. Le colpe sono quindi macchie che non vanno via, prima o poi raggiungono il bersaglio, proprio quando la tensione dell’anima sembra essere svanita, superata, sembra aver esaurito quel vorticoso tormento in cui precipiti senza speranza. Giallo dalle atmosfere dilatate più che sospese, lo sguardo del regista tende a sciogliere la notte nel giorno, fendendo l’oscurità con la naturalezza cromatica dell’altopiano, degli interni privi d’illuminazione artificiale e corpi che deambulano in un adagio sinfonico di intese sfiorate. Desiderio e rimpianto, di due uomini devastati dal dolore per un grave lutto, che si dilungano nelle indagini, in preda ad un pensiero ossessivo, quello di scavare e cercare il punto di non ritorno, l’attimo in cui il cuore si è spezzato inesorabilmente. Messa in scena a volte estetizzante (il regista è anche un affermato fotografo), a spezzare non tanto la monotonia attanagliante, quanto il flusso costante di insistiti rimandi verso alcuni autori cari all’autore, come 
Antonioni e Bresson. È la verità che straordinariamente si fa cinema o il cinema che ordinariamente invade la realtà? Da entrambe le strade, indelebilmente, i due autori citati hanno segnato il cinema. Ceylan allora prova a rigenerarsi nell’immediata istantanea di un paesaggio, respirando al termine di lunghe sequenze, scandite dal tormentato ripetersi. Ripetere il proprio cinema, semmai stavolta meno pretenzioso e forzatamente evocativo. Ritornare sui propri passi, quando c’era una volta l’Anatolia, e sentire il desiderio di scolpire definitivamente le impronte di uno sguardo ormai giunto al culmine di una mitologia immaginaria consolidata, in cui forse il respiro si fa lentamente sempre più flebile ed è il momento di scavalcar quella autorailità esibita che porta agli estremi il corso delle immagini.  

Titolo originale: Bir zamanlar Anadolu’da
Regia: Nuri Bilge Ceylan

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Interpreti: Yilmaz Erdogan, Taner Birsel, Ahmet Mumtaz Taylan, Muhammet Uzuner
Origine: Turchia, 2011
Distribuzione: Pathénos
Durata: 150’

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