Chainsaw Man, di Ryū Nakayama

L’anime più atteso del 2022 non solo recupera le vette estetiche del manga di Fujimoto, ma le supera. Difficile trovare nell’animazione mainstream un testo così radicale e sperimentale. Su Crunchyroll

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Tra i tanti anime usciti nel corso dell’anno, quello su Chainsaw Man era senza dubbio il più atteso. Perché il manga di Tatsuki Fujimoto, vero enfant prodige dell’universo fumettistico nipponico contemporaneo, è arrivato come una bomba nel panorama shōnen odierno, scardinando immediatamente convenzioni, coordinate e regole espressive. Ma a muovere la curiosità degli appassionati era soprattutto una certa dubbiosità sulla sua traduzione animata, non tanto per l’incompatibilità del materiale di partenza con le estetiche dell’animazione seriale, quanto per i modelli formali che ne regolano il paradigma rappresentativo. Gli interrogativi che si affollavano nelle menti dei lettori erano perciò sempre gli stessi: gli autori avranno il coraggio di restare fedeli ai registri di Fujimoto? E come adatteranno in una cornice mainstream quel delirio orgiastico di sangue, erotismo, squartamenti e trasformazioni corporee, che caratterizza e definisce il piacere di guardare/leggere le tavole cartacee del manga?

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Una sequela certamente legittima di incertezze e perplessità, questa dei lettori, a cui l’adattamento anime curato dallo studio MAPPA risponde sin da subito con vigore. E già a partire dall’episodio pilota Chainsaw Man non sembra soffrire di alcuna titubanza nella traslazione (info)grafica delle ramificazioni estetiche del fumetto. Anzi. Nell’adattare le storie e gli stilemi del manga alle coordinate iconiche dell’immagine in movimento, l’anime non solo rimette in campo con grande cura formale tutto il materiale di partenza, ma lo eleva esponenzialmente. Senza neanche scadere nella tracotanza di chi diverge dal cuore del racconto, pur di inseguire il sogno dell’originalità.

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La storia di Chainsaw Man, infatti, segue di pari passo quella del testo originario: Denji è l’ultimo degli ultimi, un giovane reietto abbandonato dalle istituzioni, e assoldato da uno yakuza per uccidere i demoni che tempestano la città di Tokyo. È quello che chiamano un “Devil Hunter”, eppure l’unico “amico” con cui possa veramente condividere il suo disagio è un piccolo demone-motosega, compagno e collega di numerose disavventure. Un giorno però il ragazzo viene ucciso dalla mafia, e in bilico tra la vita e la morte, stringe un patto di sangue con la creatura, trasformandosi in un mutante. A quel punto, in quanto ibrido di umano e mostro, lavorerà con l’agenzia per la pubblica sicurezza, in modo da utilizzare il suo rinnovato statuto corporeo come strumento di salvazione collettiva e personale.

E come vedremo, Chainsaw Man non perde tempo per affermare quella “vocazione alla rottura” cui si è fatto riferimento in partenza. Tanto che la persegue in ogni sua segmentazione, dai codici di messa in scena ai registri narrativi, fino al sistema stesso dei personaggi. Ed è proprio a partire dalla configurazione dei protagonisti che l’anime delinea una parabola di revisione di tutte le dinamiche rappresentative a cui, da Dragon Ball in poi, ci hanno abituato gli shōnen battle. Se nei testi più popolari del filone in questione, da One Piece a Bleach fino a Demon Slayer e Jujutsu Kaisen, le figure di riferimento si fanno portavoce di valori perlopiù edificanti e virtuosi, al punto da spingere il lettore/spettatore ad un processo di identificazione puro e (a)problematico, qui tale metodologia non regge. Non solo sono condannati ad un fatalismo estremo – che li riconnette, in parte, con i vissuti tragici dei loro predecessori – e dominati da pulsioni per nulla innocue o misurate, ma rivelano anche un’ambiguità morale che poco ha a che vedere con la propensione all’eroismo e al sacrificio di molte di queste icone/paradigmi. E lo stesso Denji, per quanto buono e corretto di natura, è depurato di qualsiasi parvenza di cameratismo o senso d’affezione per l’altro. Ovvero di quelle caratteristiche necessarie alla costituzione dei rapporti di amicizia/antagonismo tra personaggi, che concorrono a renderli “umani”.

Ma il revisionismo della serie non si ferma ai soli protagonisti. La sperimentazione in Chainsaw Man interessa anche la plasticità stessa dell’immagine animata, sfrondata della bidimensionalità che la contraddistingue. Oltre alle (ormai onnipresenti) contaminazioni con l’effettistica in CGI, l’anime ingloba in sé molte delle grammatiche linguistiche del live-action, con l’insieme di profondità di campo, piani-sequenza e iperrealismo dei movimenti a segnalare una discontinuità con le omologazioni estetiche dei prodotti contemporanei. Un senso di naturalismo che in questa direzione enfatizza, e non contrasta, il sostrato di visceralità su cui si basano i registri assurdi e ultraviolenti del racconto. Capace fino in fondo di radicare le sue storie nelle frange più ambigue della morale. In cui anche un essere-ibrido come Denji può ricercare la sua umanità. E trovare nella disgregazione della carne un affrancamento momentaneo dalle sofferenze del quotidiano.

Titolo originale: id.
Regia: Ryū Nakayama, Tōko Yatabe, Masato Nakazono, Hironori Tanaka, Tatsuya Yoshihara, Yōsuke Takada, Shun Enokido, Shōta Goshozono, Takeshi Satō, Takahiro Kaneko
Voci: Kikunosuke Toya, Tomori Kusunoki, Ai Fairouz, Shougo Sakata, Karin Takahashi, Shiori Izawa, Mariya Ise, Maaya Uchida, Kenjirou Tsuda
Distribuzione: Crunchyroll
Durata: 12 episodi da 23′
Origine: Giappone, 2022

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4.2
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Il voto dei lettori
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