"Che ne sarà di noi? di Giovanni Veronesi

Che ne sarà di noi? in questo senso respira a pieni polmoni l'aria fritta di una scrittura (ad opera del protagonista Silvio Muccino) che sembra guardare sempre i personaggi dall'alto di uno scranno impolverato, laddove non arriva davvero la vita, ma una sua stanca imitazione

In certo cinema italiano di oggi non vogliamo riconoscerci. E' una presa di posizione, accompagnata dalla consapevolezza che il cinema è soprattutto una questione di campo, di schieramenti insomma, da vivere e guardare, soffrire e combattere. E' facile parlare male di un'opera come Che ne sarà di noi ?, eppure siamo convinti del fatto che questo nuovo microcosmo agitato dalle polveri bagnate dello sguardo di Veronesi contenga in sé un pericolo preciso e dilagante, concretizzato nella stupida arroganza di un cinema con cui i conti bisogna pur farli. Sotto questo frangente Che ne sarà di noi? si pone come subdolo e infido campione di un cinema racchiuso attorno all'ombelico di una scrittura che annienta corpi e situazioni, fagocitando ogni emozione in nome di una messa in scena imprigionata in set dove si evoca pure lo spettro di una certa vitalità (i tre protagonisti che dopo aver conseguito il diploma liceale decidono di partire insieme per un viaggio), per tramortirla subito dopo con tristi campionari narrativi. Il problema è che il cinema di Veronesi non esiste. C'è semmai in nuce un'idea (come quelle dello stesso Veronesi che regnano festanti e indomite sul cinema di Pieraccioni, soffocandone ogni sprazzo vitale) che imbambola presto ogni movimento sul set, sancendone una fine prematura, delineandola poi con un itinerario di morte scandito da aderenze ferree alla più trita e bieca delle logiche. Che ne sarà di noi? in questo senso respira a pieni polmoni l'aria fritta di una scrittura (ad opera del protagonista Silvio Muccino) che sembra guardare sempre i personaggi dall'alto di uno scranno impolverato, laddove non arriva davvero la vita, ma una sua stanca imitazione, intarsiata a dovere di vieti circolari che la circuiscono, impedendole ogni forma di autonomia. E' infatti come se i corpi dell'opera risentissero continuamente di una mancanza di spazio, in movimenti che ci restituiscono l'immagine di un cinema che disconosce ogni tipo di immediatezza, favorendo invece il rinvio a dimensioni emozionali sempre come posticipate, rinviate a visione da destinarsi Il rapporto tra Matteo e Carmen (interpretata da Violante Placido) per esempio, inizialmente come impresso su coordinate prodotte da spostamenti continui che portano il giovane in Grecia per seguire la stessa Carmen, non possiede mai una vera schiettezza, ma cede sotto il peso di un'invadenza "autoriale" in cui Veronesi sembra quasi inseguire l'ombra della vanesia e mancata intensità del recente cinema di Muccino. La pericolosità di uno sguardo del genere è allora tutta da imputare alle vergognose manipolazioni sentimentali di un regista che, perdurando nel cinismo mortifero di Streghe verso nord e nell'assoluta mancanza d'emozione de Il mio West, continua a cibarsi, libero e indisturbato, di temi anche importanti (nel film l'abisso vertiginoso che sottende la vita dei giovani che si affacciano alla vita), portandoli a spasso sulle superfici anonime di un cinema che non filma veramente la vita dei corpi, ma ne prende il sopravvento, in riduzioni sempre più preoccupanti ad una dimensione/realtà incapace di parlarci.

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Regia: Giovanni Veronesi


Sceneggiatura: Silvio Muccino, Giovanni Veronesi


Fotografia: Fabio Zamarion

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Montaggio: Claudio Di Mauro


Scenografia: Mauro Dentici


Costumi: Gemma Mascagni


Interpreti: Silvio Muccino (Matteo), Violante Placido (Carmen), Giuseppe Sanfelice (Paolo), Elio Germano (Manuel), Valeria Solarino (Bea), Enrico Silvestrin (Sandro), Katy Louise Sanders (Valentina), Myriam Catania (Monica)


Produzione: Aurelio De Laurentiis per Filmauro


Distribuzione: Filmauro


Durata: 100'


Origine: Italia, 2004


 

 

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