"Chiamami SALOME'", o La testa di Elio Germano su di un piatto d'argento pronta da due anni

E’ proprio la presenza-assenza del neo-divo Elio Germano a segnare il destino di Chiamami Salomé, terzo lungometraggio per il cinema di Claudio Sestieri (autore piuttosto attivo in tv), pellicola che nel 2006 fece parlare molto bene di sé nel corso del 30esimo Festival del Cairo, in cui rappresentava la nostra nazione. Poi la Festa del Cinema di Roma nella sua edizione d’esordio, prima che il film finisse risucchiato nel buco nero del cinema senza cinema, dei film senza sala, che ha sempre le fauci spalancate in attesa di divorare qualche succulento boccone di celluloide. Eppure il film ha più d’un motivo convincente per stimolare un interesse ‘distributivo’: oltre a Germano, infatti, vanno annoverati tra i punti di forza della messinscena lo strepitoso pezzo di danza contemporanea senza veli in cui la soprendente Carolina Felline/Salomé trasforma il balletto volto a convincere Erode a fornirle la testa di Giovanni Battista su di un piatto d’argento (dice il Daily Star Egypt: “Salome’s infamous dance is choreographed, and shot, in a way that feels more sad than erotic while marking the final departure of the innocent girl she once was”). Una fotografia attenta e parecchio suadente, come suo solito, ad opera del garroneo Marco Onorato, e un’interpretazione chiaramente divertita nella parte di Erode di quell’Ernesto Mahieux che proprio L’imbalsamatore aveva portato all’attenzione di pubblico e critica. In sostanza: Sestieri aggiorna la vicenda di Salomé ai giorni nostri, trasforma Erode in un boss della camorra, fa parlare tutti per versi estrapolati dall’atto unico di Oscar Wilde, e infila tutto in un vecchio capannone dove giace abbandonato un set di un vecchio peplum degli anni ’60, che Erode utilizza per il pantagruelico e vizioso (alcol e donne a volontà, musica disco a palla) party che ha organizzato per dei malavitosi italoamericani in visita. Ne viene fuori una pellicola con alcune vette di assoluti fascino e potenza, ma fin troppo legata alla claustrofobicità della sua impalcatura teatrale, e alla prepotente funzionalità e forza espressiva della formidabile scenografia curata dal geniale art-director Antonello Geleng. In mezzo all’atmosfera soffocante, angosciante e malsana dell’opera, la presenza divistica e preponderante di Elio Germano rimane nonostante tutto l’aspetto più importante e ‘trasversale’: l’attore è in scena per non più di dieci minuti, capelli e barba lunghi ed arruffati nelle vesti del giovane figlio di un industriale sequestrato dal boss Erode e rinchiuso dietro ad un furgone parcheggiato fuori dalla festa che, durante la prigionia, leggendo la Bibbia ha finito per identificarsi col profeta Giovanni. Le urla e i deliri di Germano però, strillati a squarciagola fuoricampo, attraversano il film in tutta la sua durata, squarciando il set e la perfezione teatrale della ‘scatola filmica’ di Sestieri – la voce di Giovanni Battista è sempre in campo, disturbando i commensali ed inquietando Erode e la dark lady Erodiade di Caterina Vertova. E’ per questo che si fa fatica a comprendere l’agonizzante difficoltà distributiva a cui sta andando incontro Chiamami Salomé: proprio come nei film di Paolo Franchi o di Daniele Luchetti, che invece non hanno avuto alcuno di questi problemi a finire in sala, a conti fatti dell’opera Elio Germano – questo ancora abbozzato corpo/doppio, corpo/fantasma del nostro cinema nuovo – è protagonista principale.