Chinatown, di Roman Polanski

Chinatown"Forget it Jake, it’s Chinatown…"

E sì, dimenticalo Jake, scordati i sogni…perché Chinatown è il luogo fuori dallo spazio e dal tempo che hai dentro, il fantasma di memoria che ritorna e ti fa ripiombare negli abissi del sentimento più vivo e perturbante. E allora scordalo di nuovo Jake, tu non puoi vincere col tempo, forse solo il cinema può…

Sono passati quarant’anni dall’uscita di questo immenso capolavoro firmato Roman Polanski. Un film nato per caso, dalla volontà di una major come la Paramount e dalla potenza produttiva di una star illuminata come Jack Nicholson, che avendo tra le mani l’idea noir di Robert Towne richiama a Hollywood l’amico Roman dopo le tragedie che l’avevano flagellato. Polanski nicchia, lotta con Towne (scontro tra titani) e arriva a un compromesso col grande sceneggiatore. Nasce il nuovo noir. Inizia una nuova era cofirmata da gente del calibro di Paul Schrader, Robert Altman, Alan J. Pakula, Francis Ford Coppola, che epoca eh?

Ecco: ciò che resta impresso dopo l’ennesima vibrante visione di un film che non smette proprio mai di “significare”, non è certo la sua miracolosa capacità di riconfigurare in linguaggio filmico i traumi storici che l’America stava vivendo negli anni ’70 (insieme a Nashville  di Altman e La conversazione di Coppola forse il testo più lucido in tal senso). No, non è questo. Ciò che sbalordisce ancora oggi è quell’istintiva abilità polanskiana di trasmigrare un incubo tutto cinematografico e protetto dai codici del genere, in un umanissimo e straziante abisso di pulsioni declinato a qualsiasi (nostro) presente. Il noir serve solo come imponente referente, rispettandone tutti i codici ma ribaltandoli per trovarsi di nuovo soli e in preda al passato: non più ombre espressioniste e contrasti di luce, ma sole accecante e acque cristalline; non più femme fatale spietata e mangia uomini, ma donna angelica e vittima di un abominevole destino (il volto triste e la dolcissima esitazione di Faye Dunaway non si dimenticano); non più nemici invincibili venuti dall’Est ma un vecchio patriarca di nome "Noha" (interpretato dal padre del noir anni '40 John Huston…) che stupra il sogno dell’Eden americano e produce morte e siccità.

Il film, allora, diventa lo sguardo di J.J. Gittes sulle cose e sulla vita. Polanski lo segue in (semi)soggettiva, ci fa innamorare e sospettare, scoprire e indignare, scegliere e sbagliare, infine sprofondare nell’abisso insieme a lui. Perché dall'intima memoria sentimentale non si sfugge, l’ossessione per la verità ti condanna (esattamente come Henry Caul/Gene Hackman ne La Coversazione) e il tempo ritorna ciclico, sempre a Chinatown, dove i tuoi amori ideali muoiono perché non sai come proteggerli. E dove il tuo trauma più grande si rifarà vivo, per essere di nuovo suturato e sublimato dalla salvifica luce del cinema. Proprio come fa Roman da sempre: curare traumi personali atroci con l’ambiguità delle sue immagini, facendoci specchiare nelle ossessioni più produttive perché il cinema è la vita. E allora “Forget it Roman, it’s Chinatown”…uno degli apici della cinematografia di ogni tempo.