"Chinese Odissey", di Jeff Lau

E' come se Lau nel giro di pochi minuti rielaborasse un'idea assolutamente folle, dunque personale, del cinema epico per calarlo su un terreno molliccio, pieno di crepe su cui si inciampa per ritrovarsi poi su un nuovo set, imbandito in fretta e furia, e presto consumato nella furia di uno spostamento continuo.

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Storia di un'odissea spezzata, divisa, frantumata. Già, non fatevi ingannare dal titolo (in originale accanto a Chinese Odissey vi è un bel "2002") perchè l'opera di Lau non rappresenta un blocco isolato, un unicum filmico con un inizio ed una fine. O meglio, il cerchio c'è ed è anche evidente, il problema semmai è quello di considerare i due film che precedono quest'ultimo, A Chinese Odissey Part One: Pandora 's Box e A Chinese Odissey Part Two: Cinderella, come parti integranti di un mondo filmico che varrebbe la pena recuperare (in dvd, chiaramente), pena il mancato godimento, flagrante e assoluto, di uno sguardo che sul cinema di oggi la dice molto lunga. Ma forse la questione è mal posta. Diciamo che Lau se ne frega di cosa sia (diventato) il cinema, visto che non fa altro che spezzare ogni possibile unità, disperdendo logica e sensatezza in un laboratorio artigianale e mutante come pochi altri in cui si opera direttamente sulle carni della visione, contaminando membra sparse e sovrapponendo organi con un bisturi/macchina da presa che non simula la morte al lavoro, visto che la morte è già avvenuta, già filmata e dunque non resta che prenderne atto, travestendola da qualcos'altro. In questo senso l'odissea cinese di cui parla il titolo altro non è che un lungo, divertito sguardo al dopomorte della narrazione, del gioco, del cinema. Dall'innesto dell'iter iniziale (l'imperatore e la sorella che, travestendosi l'uno da persona qualunque e l'altra da uomo, abbandonano il lusso del palazzo per avventurarsi in un cammino ricco di insidie in cui troveranno l'amore), interamente giocato sullo scambio dell'identità e su una confusione sessuale che genera spaesamento, Lau mette in scena il cinema immaginato da Ariosto, una sublime confusione di voli oltre il visibile (ogni corpo pare possedere una storia che esula direttamente dal visibile, per avventurarsi in regioni costantemente fuoricampo) tracciati a pelo d'acqua come geroglifici aerei che non conoscono orizzonte, perché affioranti dall'intreccio, dal contatto, dall'influenza. E' davvero come se Lau nel giro di pochi minuti rielaborasse un'idea assolutamente folle, dunque personale, del cinema epico (diciamo il Kurosawa de La fortezza nascosta), per calarlo su un terreno molliccio, pieno di crepe su cui si inciampa per ritrovarsi poi su un nuovo set, imbandito in fretta e furia, e presto consumato nella furia di uno spostamento continuo. Come anche nel geniale Shaolin Soccer, il cui regista Stephen Chow altri non è che il protagonista delle prime due odissee di Lau prima citate, l'odissea filmata da Lau è un entusiasmante corpo a corpo con un cinema che non conosce origine, provenienza e fine (complice forse anche lo zampino forse messo da Wong Kar- wai, qui produttore presente/assente nell'opera grazie anche al suo incredibile attore feticcio Tony Leung). Un po' come accade ai sogni.


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Titolo originale: Tian Xia Wu Shuang
Regia: Jeff Lau
Sceneggiatura: Ji An, Jeff Lau
Fotografia: Peter Ngor
Montaggio: Wong Wing-Ming
Musiche: Frankie Chan, Roel A. Garcia, Tao Yi-Mo
Scenografia: Tony Au
Costumi: William Chang
Interpreti: Tony Leung (Li Yilong), Faye Wong (Principessa Wushuang), Vicki Zhao (Phoenix), Chen Chang (Imperatore Zheng-De), Roy Cheung (Chu Liangshim), Athena Chu (Amour Amour), Rebecca Pan (regina madre)
Produzione: Wong Kar-wai per Jet Tone Films ltd.
Distribuzione: Metacinema
Durata: 97'
Origine: Honk Kong, 2003


 

 

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