"Ci stiamo confrontando sull'assurdo" – Incontro con Peter Greenaway e Pippo Delbono

Peter Greenaway

Grazie a un'originale distribuzione da parte di Maremosso e Lo Scrittoio, Goltzius and the Pelican Company, ultimo film di Peter Greenaway, sarà proiettato al Teatro Argentina di Roma, da mercoledì 12 a domenica 16 novembre. A presentare il film lo stesso regista, in compagnia dell'artista Pippo Delbono.

Peter GreenawayL’ultimo film di Peter Greenaway, Goltzius and the Pelican Company, sta avendo un’originale distribuzione in vari teatri d’Italia, prima di approdare alle sale d’essai. Già proiettato al CRT di Milano, al Teatro Bellini di Napoli e a Mantova, distribuito da Lo Scrittoio e Maremosso, il film arriva ora al Teatro Argentina di Roma, da mercoledì 12 a domenica 16 novembre. A presentarlo, lo stesso Greenaway insieme all’artista teatrale e cinematografico Pippo Delbono, che recita nel film. Due personalità estremamente differenti che hanno dato vita a un acceso dibattito sul senso della religione, la morte e dell’arte ai giorni nostri.

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Goltzius and the Pelican CompanyGoltzius, come di consueto per il regista gallese, intreccia dinamiche di vita e morte, sesso e religione, argomenti che fungono subito come spunto per alcune riflessioni: “Può suonare semplicistico” – inizia Greenaway – “ma l’arte si occupa della vita, la religione si occupa della morte. È colpa della religione se abbiamo tutti una fottuta paura di morire, il cristianesimo alimenta questa paura. Allo stesso modo, tanto nel mondo cristiano quanto in quello islamico, le donne non hanno diritti, e tutt’ora gli uomini sono terrorizzati dalle donne, terrorizzati di perdere il loro potere paternalistico e si comportano perciò in maniera abominevole. Ovviamente non bisogna essere critici solo verso il mondo islamico, ma anche verso l’America, dove il 45% dei cittadini non crede nell’evoluzione, e questo sarebbe un paese civilizzato?”. Il fatto che il film trovi spazio solo in teatro è indice di una crisi di locazione del cinema, che non trova adeguati spazi per essere fruito. Ma per Greenaway il problema è, com’è noto, ancor più profondo: “Dico da anni che il cinema è morto, e non lo dico per caso. Anzi, vi posso anche dire il giorno preciso in cui è morto: il 31 settembre 1983, quando il telecomando è entrato nelle case delle famiglie, dando una possibilità attiva di scelta alla televisione che il cinema ancora non possiede. Ma forse il cinema non è morto, forse non è mai stato vivo. Dopotutto, il cinema è sempre stato un testo illustrato, che si parli di Von Trier o di Eisenstein. C’è sempre stato un cordone ombelicale tra il cinema e la libreria, e penso che fare qualcosa di nuovo implichi il taglio di questo cordone. Non abbiamo ancora visto cosa è davvero il cinema, perché è ancora troppo attaccato al testo. Per questo io cerco di rompere tutto ciò. Ciò che ricordate dei vostri film preferiti non è certo la storia, ma momenti audiovisivi isolati, magari molto brevi, ma è in questi momenti magici che si fa del cinema. Per questo bisogna lasciar perdere la storia, e concentrarsi su questi momenti. Certo, è intrattenimento, non ho problemi ad ammetterlo, ma non bisogna fermarsi a quello. Anche la Cappella Sistina è intrattenimento, ma allo stesso tempo funziona anche come uno strumento di propaganda. Questo film è ricchissimo di suggestioni, c’è teatro, pittura, musica, videoarte, testo, corpi, e tutto ciò serve ad esplorare questa potenza creativa”. Sul luogo di proiezione inusuale, il regista aggiunge poi: “Il cinema non è un luogo dove si corrono più rischi, di certo non a Hollywood, mentre nel teatro c’è più spazio per la sperimentazione, ed è per questo che forse esso è il luogo ideale dove portare il cinema”.

 

Pippo DelbonoInterviene poi Delbono, che commenta innanzitutto l’incontro con Greenaway: “Questa è stata innanzitutto un’esperienza d’artista: l’artista è colui che si confronta con lo sconosciuto, con quelle zone vere di sacro. La religione cattolica finora ha raccontato solo una storia, mentre il sacro è confrontarsi con ciò che non si capisce. Peter può mettersi davanti a una persona qualsiasi e dire “Di te so due cose: che sei nato grazie a due persone che hanno scopato, e che prima o poi morirai”. Però, se davanti a te ci fosse Gesù, ti direbbero: no, Gesù è nato da una Vergine, e non è morto”. “Un classico esempio di stupidità della religione cattolica”, interviene Greenaway. “Sì – continua Delbono – ma da questa storia qui abbiamo costruito una narrazione, e il cinema è questo. Il cinema di Peter va nel sacro, nello sconosciuto, nel tempo che non riusciamo a cogliere. Noi, da bravi italiani, siamo attaccati alla religione, anche le Brigate Rosse nascono dal cattolicesimo, da noi Dio prima di Marx, no? Per questo poi Papa Francesco ci piace, perché siamo sentimentali, ci è piaciuto Mussolini, ci è piaciuto Grillo, Berlusconi, ci piace la Madonna, insomma tutti quelli che appaiono alla finestra e fanno i miracoli. Come diceva Frank Zappa, ci stiamo confrontando sull’assurdo”. Delbono tratta poi l’argomento della nudità maschile, di cui il film è ricco, che è un tabù ancora vivo ma che inizia a sgretolarsi: “Quando ho fatto il mio spettacolo teatrale, La menzogna, quando a spogliarsi era l'attrice, nessuno spettatore ha avuto problemi. Poi però anche altri personaggi si spogliano, per esempio un ragazzo down. Qui sono stati i tedeschi a indignarsi, che non hanno mai risolto il problema dei campi di concentramento, perché in quel corpo non vedono bellezza né poesia, ma solo un patetico pietismo. In Italia, invece, ciò che scandalizzava, era il mio nudo integrale. Vedevo signore che mi urlavano contro di tutto. E lì capisci che c’è un problema. Cristo ci ha insegnato che lì ci si copre, perché lì è peccato. E il nostro paese è fondato sulla parola coprire, cioè sulla menzogna. Il nostro è il paese dove la menzogna è la nostra fede, e in fondo la Camorra, la Mafia eccetera sono un sottostato nascosto, e noi ci siamo riempiti di quel nascosto. Non sono d’accordo quando Peter dice che la religione parla della morte, la religione parla di un raccontino sulla morte, è diverso. Per questo i cattolici hanno paura della morte, perché pur andando a messa a sentire la parola morte sono comunque terrorizzati. Davanti alla morte, tutte le cazzate che ti hanno detto non le vedi più, e solo allora capisci. Quando stai morendo, e ho visto morire mia madre, sei incazzato nero, e quasi tutti i cattolici muoiono così. Avete visto la faccia di Wojtila quando è morto? E questo non può essere allora un percorso spiriturale serio, perché chi compie un tale percorso non può avere paura della morte. Sono buddhista da 25 anni, e nel buddhismo non esiste Dio, né dogma, né morale, esiste solo essere se stessi. Per questo le religioni monoteistiche sono sbagliate, perché non guardano la morte, ma ne fanno una storiella per spaventare, per ragioni di potere”. Greenaway commenta sardonico: “È fin troppo facile prendersi gioco del cattolicesimo”.

 

Goltzius and the Pelican CompanyInfine, il dialogo si chiude sul rapporto tra il cinema e il teatro. In proposito, Greenaway interviene: “Negli ultimi dieci anni siamo stati ossessionati dalla realtà, dai reality, nonostante sappiamo che il cinema sia di quanto più falso ci sia. È impossibile creare qualcosa di drammatico dalla realtà, e alla fine perché dovremmo farlo? Il miglior cinema è quello che riconosce la propria artificialità. Shakespeare ha creato l’incredibile a partire solo dalle parole, eppure creava mondi. E allora noi dobbiamo utilizzare ogni strada possibile per dare spazio all’immaginazione umana, e in Goltzius c’è di tutto, è un palinsesto dove mettere tutto insieme per creare qualcosa di diverso. Se ci pensate bene poi, la questione è posta al contrario. Forme di teatro esistono da migliaia di anni, mentre il cinema solo da centoventi anni, quindi questa nozione di realtà è una preoccupazione così recente e futile. Alcuni giovani mi dicono "Signor Greenaway, i suoi film sono così teatrali!" come se fosse una brutta cosa! Questi giovani hanno vissuto tutti i loro vent’anni soggiogati dai reality show, e non capiscono il concetto di metafora”. Si aggiunge poi Delbono, che commenta “Penso che tra l’Italia e l’Inghilterra ci sia un abisso. Ma Shakespeare alla fine è il vostro Dio, la vostra croce da cui non riuscite a liberarvi. In questo senso anche il teatro inglese è morto. Il cattolicesimo non può essere semplificato come fai tu, perché alcuni dei nostri più grandi artisti erano cattolici: pensa solo a Pasolini, il più grande dei cattolici. È una cosa complessa, noi siamo figli di un’altra storia. Shakespeare rifletteva su questioni profonde, noi non lo facciamo. Noi siamo figli della Commedia dell’arte, di Arlecchino, è lui il nostro Shakespeare”. “Sono costretto ad ascoltare ciò che dici – conclude Greenaway rivolto a Delbono – visto che nel mio film reciti sia la parte di Dio che del Diavolo!”.

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