CiakPolska 2018 – Astro del Ciel, di Piotr Domalewski

L’ambientazione natalizia diventa solo la facciata felice, falsa e ipocrita, di profondi disagi dell’ìmpostazione familiare polacca. Per la rassegna romana di cinema polacco

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Nella stagione dei Natale a 5 Stelle Amici come prima, Astro del Ciel potrebbe benissimo essere l’esempio perfetto di come fare un “film di Natale”, mantenendo tutti i tradizionali cliché e archetipi narrativi del caso, riuscendo comunque a mettere in scena una storia reale, forte, intensa e che regge sulle proprie gambe. Sulla carta, infatti, il film di Piotr Domalewski, presentato al CiakPolska Film Festival sul Nuovo Cinema Polacco, ha tutto quello che la cinematografia natalizia può richiedere: è ambientato interamente durante il giorno della vigilia, in cui si consuma la consueta riunione familiare, mentre vengono cantate in coro le classiche “carole” (la Silent Night Chica Noc del titolo, a seconda del paese in cui viene distribuito) e in tv, tutt’insieme, si guarda Mamma ho perso l’aereo. La differenza è che siamo in una Polonia rurale, assoluta protagonista nel condizionare, soprattutto in negativo, le vite di tutti i membri della famiglia, soprattutto dei più giovani, limitati e per questo sconfortati nel profondo dalle scarse opportunità che il paese offre loro. Un severo ritratto che, tra l’altro, in Polonia ha scatenato non poche discussioni, da parte di un pubblico che non si è riconosciuto nell’immagine retrograda e antiquata mostrata da Domalewski, a ricordarci l’eterna e spesso ironica legge della soggettività che domina sui prodotti audiovisivi.

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Ancor più classico, in netta continuità col resto, è intanto Adam (Dawid Ogrodnik), il protagonista, che torna a casa dal suo lavoro in Olanda ostentando successo e felicità (ma anche qui, fin dall’inizio, Domalewski ci mostra che non è tutto rose e fiori). Per il resto della sua famiglia, comunque, Adam è quello “che ce l’ha fatta”, tanto ammirato da genitori e parenti quanto è invidiato dal fratello minore, che a differenza sua è rimasto “bloccato” in quella realtà. Dietro il ritorno di Adam, però, non ci sono esclusivamente ragioni sentimentali. Il ragazzo vuole infatti chiedere il permesso al padre e ai suoi fratelli di vendere la casa del nonno, per avviare una propria attività in Olanda. Intenzionato a lasciare il paese per sempre e iniziare una nuova vita insieme alla sua fidanzata incinta, Adam guarda con aria di superiorità i propri consanguinei, trasformandosi lui stesso in spettatore, assistendo con un certo distacco, condito da imbarazzo e vergogna in alcuni casi, al riesumarsi di vecchi dissapori dovuti a padri assenti, abusi di alcol, droga e violenza (praticamente una sorta di versione meno farsesca e più cruda dei Colardo di Ogni Maledetto Natale). La volontà di Adam finisce così con l’assumere una nuova luce: più che allontanarsi dal proprio paese, proprio come Macaulay Culkin nell’iconico film di Chris Columbus, vuole fuggire più distante possibile dalla sua famiglia, crescere da solo sua figlia e terrorizzato dall’idea di diventare come suo padre.

L’ambientazione natalizia, allora, diventa solo la facciata felice, falsa e ipocrita, di profondi disagi covati alle sue spalle. Una menzogna catturata dalla piccola videocamera di Adam, che per tutto il film segue e forma il finto idillio bucolico e familiare, smascherato dalla camera a mano del “vero” regista, che con fare documentaristico mostra invece le oscurità celate. Sta tutto qui l’arguto paradosso metatestuale messo in scena da Domalewski: se due obiettivi diversi riprendono la medesima scena, a quale bisogna credere? Ed è in questa dialettica che vediamo Adam, e noi con lui, cominciare a farsi trasportare, nel corso della serata, dalla nostalgia, arrivando addirittura ad unirsi come non mai alla sua famiglia quando questa (insieme ai suoi interessi) viene minacciata da un membro esterno. Almeno fino al colpo di scena della pellicola, perfettamente orchestrato, che irrompe fragorosamente a spezzare del tutto l’illusione, mandandolo via ancor più solo di quando era arrivato. Il tavolo attorno al quale prima erano tutti riuniti, alla fine ci viene mostrato miseramente vuoto. Ad aspettare il protagonista è rimasta solo la piccola di casa, che condivide con lui quella condizione di estraneità al resto dei propri cari, decisa a suonargli Astro del Ciel, chiudendo una notte fattasi adesso tristemente e paradossalmente silenziosa.

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