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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo


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CiakPolska 2024 – Incontro con Jan Komasa

Il regista polacco nel presentare The hater racconta i suoi studi della realtà all’interno del lavoro accademico, l’osservazione lucida di un mondo sempre più isolato e condizionato dalla tecnologia

Il regista ed accademico polacco Jan Komasa presenta a CiakPolska The hater, il suo ultimo lungometraggio arrivato dopo la notorietà ottenuta con Corpus Christi, un lavoro che ragiona sulle zone d’ombra della rete, dentro i volti ed i corpi che si nascondono dietro la generica espressione “leone da tastiera”, un eufemismo semplificativo di una realtà molto più complessa e minacciosa. Un film che aggancia alcuni temi cardine dell’agenda del presente, l’isolamento, l’immigrazione ormai esclusivo oggetto di propaganda, l’aggressività diffusa dentro una società ormai sprovvista di anticorpi, portata a reagire in una sorta di riflesso meccanico a degli stimoli che non riesce a decifrare per mancanza di strumenti. “Raccontare il presente è il soggetto del mio lavoro da insegnante alla scuola di cinematografia di Łódź, un lavoro tra lo scientifico e l’intellettuale, noi ci interroghiamo sempre su come narrare la contemporaneità. Dalle osservazioni di Tik Tok e di Kontakte che facciamo dei social media abbiamo rilevato le iniezioni di dopamina che derivano da un input breve ed intenso. Paradossalmente invece nel cinema i film diventano sempre più lunghi, una cosa in netta contrapposizione, questo è un aspetto molto interessante!”

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Laboratorio per attori, per il casting. Dall’11 aprile


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Uno dei campi di ricerca ed osservazione preferiti da Komasa è quello del gaming, espressione imprescindibile del presente, che con il cinema vive in una relazione di reciproco scambio di idee e di visioni, orientato a costruire ambienti sempre più coinvolgenti, da vivere con trasporto totale, a volte dimenticando il tempo e l’obiettivo dentro una trance indotta dall’abbandono e dall’abbattimento di ogni resistenza dentro l’apnea ludica. “Altro aspetto molto interessante è quello dell’esperienza immersiva. Nei videogiochi abbiamo bisogno per giocare di 30 o 40 ore, durante le quali siamo totalmente assorbiti. Ed anche il cinema sembra prendere quella strada, le nuove produzioni cinematografiche sono orientate in quel senso, a creare una sensazione di di immersione.”

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MONTAGGIO per VIDEO CORPORATE e SOCIAL, dal 3 marzo


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Ricerca e lavoro di archivio nel cinema documentario, dal 4 marzo


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Quella sensazione nel suo primo lungometraggio, Suicide Room, e nella sua espansione diretta The hater, degenera dentro delle camere di solitudine e manipolazione, che diventano un luogo malato, delle caverne rifugio che pian piano si trasformano in una gabbia. “Sia in Suicide Room che in The Hater analizzo come la tecnologia ed i social cambino anche le relazioni interpersonali. Quello che prima ti costringeva a superare la tua zona di comfort, ad esempio andare in un negozio a fare la spesa, parlare con un commesso fosse simpatico o meno, andare ad un appuntamento del medico, tutta una serie di situazioni che ti esponevano al contatto con l’altro adesso puoi risolverle scrivendo su una tastiera. Ora per fare le stesse cose basta qualche click e leggere le recensioni in rete. E siccome non abbiamo più la dimensione dell’altro, tutto viene recepito in maniera apocalittica, non riesci più a sminuire o sdrammatizzare le cose. Ora le persone sono educate ad avere 3 interazioni in una giornata, quando una volta erano 15, e questo cambia in maniera sostanziale il nostro approccio al quotidiano.”

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Corso Laboratorio di Ripresa Video e Fotografia, dall’11 marzo


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Il messaggio di The hater, distribuito su Netflix dal 2020, con il tempo invece di indebolirsi, sembra diventare più forte. La descrizione del mondo cinica, distratta, dominata da un’incapacità a relazionarsi e da una mancanza totale di empatia, trova nell’attualità continue conferme. Tanto la dimensione umana che quella sociale sono in ostaggio di questa perpetua macchina del fango, una trappola che ci lascia indifesi, aggressivi, insicuri, impegnati a descrivere quel perimetro dentro il quale confinarci ad attendere il nemico. “Io non mi occupo d’altro, studio con grande impegno quello che mi circonda nella realtà, compio un’estrapolazione che poi spingo all’estremo. Per esempio questa tecnica di partire da una situazione già complessa per spingerla verso il limite è in fondo quello che faceva Kubrick, e mi interessa moltissimo. Mi interessa scoprire cosa avviene una volta superato il limite. In un mondo ridotto ad avere soltanto tre interazioni, per recuperare le altre, ed arrivare ad averne di nuovo quindici, le persone pagano. Sarebbe interessante gettare uno sguardo su una realtà che sta prendendo sempre più piede, cioè il riformarsi di quelle comunità che vivono in una sorta di isolamento, pensiamo ad esempio agli Amish.”

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