CiakPolska 2025 – Intervista a Giovanni Pierangeli per The Dam
Abbiamo incontrato il regista in occasione della proiezione del suo film al festival dedicato al cinema polacco a Roma
Abbiamo intervistato il regista Giovanni Pierangeli, classe 1983, sul suo cortometraggio The Dam, presentato all’ultima edizione di CiakPolska, il festival del cinema polacco a Roma. Il suo lavoro è un’indagine sul senso di colpa e sul processo di rimozione in un scenario glaciale fatto di neve, cemento brutale, presenze metalliche e un’aula di tribunale.
Ci racconti la genesi di The Dam. Da dove sei partito per la costruzione del film?
L’origine del film, in quanto idea, risale alle ricerche del film precedente a The Dam, che si chiama La casa di Ada. Stavo cercando i motivi per i quali un’immigrata polacca in Italia potesse tornare a casa, a ritrovare la famiglia. Nelle mie ricerche, trovai questa dicitura relativa alla procedura di riconoscimento di morte, che non conoscevo. E dato che a me piace generalmente, quando guardo i film, vedere eventi che avvengono nel presente ma che raccontano il passato, ho sentito una forte pulsione a raccontare una storia intorno a questo. Poi ci ho messo mesi a capire dove e come, e mentre facevo un altro film, il mio ultimo documentario-terapia sul mio percorso oncologico e come ha influenzato la mia famiglia, durante le interviste che feci loro venne fuori un evento relativo alla mia infanzia. Ero a Sorrento, avevo sette anni, mio papà mi perse d’occhio e io sparii. Per un’intera giornata sono scomparso. Vennero avvertiti polizia, carabinieri e protezione civile. Alla fine, fortunatamente, i miei mi ritrovarono alla stazione degli autobus. Però ricordo fortemente il momento in cui loro due si sono ritrovati in hotel, si chiusero in camera e iniziarono a litigare. Quindi mi sono chiesto cosa sarebbe successo se loro non mi avessero trovato, come avrebbero gestito la mia non presenza. E ho messo insieme le due idee.
Quindi c’è una matrice personale.
Generalmente tutti i lavori che faccio hanno un’origine emotiva personale. A volte nascosta tra i vari livelli della storia, della psicologia. Senza quella parte personale non mi innamoro del progetto. The Dam è durato quattro anni e mezzo, senza quel coinvolgimento emotivo personale non sarei stato in grado di finirlo.
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Nel film la diga è una presenza costante, quasi un terzo personaggio. Come ha influito sulla messa in scena e sulla costruzione della tensione?
Alla diga ci siamo arrivati, non partiti da essa. Di base parto sempre dai personaggi. Sapevo che l’evento fosse la dichiarazione di morte, e dopo siamo arrivati al momento dove questo evento doveva avvenire. Analizzando la situazione e attingendo alla mia biografia, io vengo dalla valle del Tevere e lì è stata costruita la diga di Montedoglio, mentre scrivevamo il testo dissi a Karolina, la co-autrice, che c’era questa idea di due parti separate, una grossa pressione, un grosso contenimento emotivo da parte di entrambi i personaggi. Chiacchierando abbiamo sentito, sia psicologicamente che simbolicamente, che la diga potesse aiutarci. Poi con l’operatore siamo andati a visitare alcune dighe, per capire se fosse veramente utile come simbolo. A livello visuale, dato che il figlio non c’è, parliamo di un’assenza, l’unico modo attraverso cui il pubblico può sentire questa assenza è tramite la presenza mastodontica e brutale della diga, ma anche della claustrofobia della sala con la scelta del formato 4:3 e la specificità della sala del tribunale, perché tutta quanta la struttura era illuminata dall’alto, come se i personaggi fossero sottoterra. Quindi volevamo rimandare in ogni location, in ogni situazione all’idea di compressione.
A proposito della sala del tribunale, hai scelto i codici del legal drama, ma li porti all’essenziale. Cosa ti interessava conservare di quel genere?
Io amo i confini, avere una limitazione. Con Carolina ci siamo dati un limite, cerchiamo di rimanere lì dentro la sala del tribunale. Abbiamo chiesto alla produzione di darci accesso a dei processi di riconoscimento di morte. Quindi abbiamo visto cinque o sei processi, alcuni dal vivo altri online, e abbiamo visto tante sfaccettature, tanti momenti di pausa. E così abbiamo deciso di selezionare ciò che era importante per la nostra storia. La nostra storia è un legal drama ma, come ogni film che tratto, anche un dramma psicologico. Eventi che mettono pressione ai personaggi per un cambiamento. Tutto quello che sarebbe stato ripetitivo, tedioso ed esplicativo è stato eliminato. In maniera inconsapevole, ho navigato tra il legal drama e il crime thriller, questi sono i generi con cui potrei definire la storia, però non ho scritto il film pensando al genere ma ai personaggi.
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Al centro del film c’è una coppia ormai arrivata a una frattura profonda. Come hai lavorato sulla dinamica tra i due protagonisti?
Tutto nasce come un film su Ela, eravamo più incentrati su di lei. Dopo molte versioni della sceneggiatura abbiamo capito che la storia era di entrambi, e la domanda principale non era se il figlio fosse vivo o meno, bensì se leghi di più il dolore o l’amore. Quindi sotto questa chiave abbiamo creato la loro relazione. Successivamente, una volta contattati gli attori che si conoscevano già, ho percepito questo feeling tra loro. Abbiamo fatto una buona quantità di prove senza script, parlando di quali erano le loro situazioni personali che potevano legarsi a questo trauma che avremmo messo in scena, soprattutto con Grzegorz, il padre.
The Dam sembra ruotare anche attorno al senso di colpa, responsabilità e rimozione. Come hai lavorato su questi livelli tematici? Anche qui hai attinto alla sfera emotiva e personale?
Allora, prendo due ricordi, uno mio e uno di Grzegorz. Il motivo per il quale io da piccolo sono sparito era dovuto alla mia iperattività. Quindi avevo noia, volevo tornare a casa e siccome avevo imparato il percorso fino all’hotel, l’ho rifatto. Non è colpa di mio padre che io sia sparito, ma è conseguenza di una situazione; al tempo non si conosceva l’ADHD, quindi i miei genitori non avevano idea. Non sono mai partito con l’idea “è colpa di mio padre o di mia madre”, e nei miei lavori questo si traduce con il fatto che non giudico mai i personaggi, do loro l’opportunità di essere capiti. Il ricordo di Grzegorz è quello in cui un giorno andò con suo figlio a un lago ghiacciato in montagna, e lui riprendeva con una camera il bambino che aveva appena mandato su questo lago ghiacciato. Fortunatamente non è successo niente, ma lui ha lavorato su quel senso di colpa, pensando cosa sarebbe potuto succedere se il ghiaccio non avesse tenuto. Questi temi sono nati dal lavoro di sceneggiatura. Questo senso di colpa che il padre deve vivere è lo stesso che poi ha la madre alla fine del film.
Per concludere, hai avuto dei riferimenti visivi o cinematografici specifici durante la preparazione del film?
L’operatore mi mandò come riferimento Birth – Io sono Sean di Jonathan Glazer con Nicole Kidman, in cui c’è questa lunga scena di una macchina che percorre una strada innevata. Guardando il film abbiamo pensato alla sottrazione, al creare dramma sottraendo. Poi abbiamo visto molte volte La parola ai giurati, soprattutto per come gestire un trauma in uno spazio chiuso. Abbiamo visto anche About Elly di Farhadi, in cui la seconda parte del film è incentrata sull’assenza di un personaggio, e di come questo possa creare problemi morali. The Dam è un film che è stato in lavorazione per quattro anni, quindi abbiamo avuto molto tempo a disposizione.

























