CiakPolska Film Festival – Incontro con Agnieszka Holland

“Mostrare l’umano, non se stessi”, così parla la regista polacca , a cui viene dedicata una retrospettiva al Palazzo delle Esposizioni a Roma, dall’11 al 25 novembre 2025

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Torna a Roma dall’11 al 20 novembre 2025 la tredicesima edizione del Ciakpolska Film Festival e la terza edizione della Rassegna Grandi Classici del Cinema Polacco. Ospite d’eccezione la regista Agnieszka Holland, protagonista di una retrospettiva intitolata Lo sguardo differente. Al Palazzo delle Esposizioni è in programma una selezione che attraversa gran parte della sua filmografia. Ieri abbiamo incontrato la regista per un dialogo serrato tra politica, cinema e questioni sociali.

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Agnieszka Holland

Holland è un autrice che non ha mai ceduto a compromessi: i suoi film interrogano il presente, le sue ingiustizie e le sue storture. Anche l’incontro ha confermato questa vocazione, toccando temi eterogenei: dai cambiamenti tecnologici alle nuove autocrazie, passando per il sistema cinematografico e le guerre in corso. A proposito dell’impatto della tecnologia sulla società, la regista spiega: “L’avvento di Internet e dei social ha cambiato tutto: il nostro modo di vivere, di comunicare, persino il nostro paesaggio mentale. È stato un cambiamento quasi antropologico. Oggi possiamo leggere un libro su un tablet o su un computer, cose che prima non erano possibili. Sul web circola una tale quantità di informazioni che è difficile distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, e questo facilita la diffusione di teorie complottistiche assurde. La nostra coscienza critica si è assottigliata”.

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Poi continua: “Ovviamente ci sono anche immense opportunità: educazione, conoscenza, possibilità per chi viene da contesti svantaggiati di affacciarsi sul mondo e far sentire la propria voce. Però è fondamentale educare le persone all’uso dei social, perché il rischio di manipolazione è altissimo. Basti pensare a come Hitler usò la radio per manipolare l’opinione pubblica. Oggi abbiamo mille strumenti in più per fare la stessa cosa. È facile camuffare le notizie, costruire narrazioni fasulle”. Conclude: “Senza cadere nel complottismo, quello che penso è che poche big tech gestiscono le nostre vite. L’Europa è in crisi anche per questo: ha dormito troppo, non si è accorta della rapidità del cambiamento e ha consegnato i propri dati all’ecosistema tecnologico americano. E questo non possiamo più permettercelo”.

Agnieszka Holland

Sul ruolo del cinema rispetto ai conflitti contemporanei, la regista de L’ombra di Stalin ha indicato una possibile via: “Potenzialmente sì, il cinema può raccontare le guerre. Ma temo che molti di noi siano ormai corrotti dal denaro, che è una diretta emanazione del potere. Vedo pochissimi film capaci di raccontare con lucidità i conflitti di oggi. Il documentario, invece, resta uno strumento potentissimo, pur non avendo la stessa diffusione delle opere di finzione. È immediato, diretto. Certo, se vuoi denunciare le storture della società – anche in paesi democratici – è difficile ottenere finanziamenti. Ma non è una scusa: oggi si possono realizzare film anche con pochi soldi. Il rischio dell’autocensura, però, è alto. Ho la sensazione che il cinema europeo si stia cullando in prodotti dal successo commerciale garantito. Ma non esiste solo il box office: se si ha qualcosa da dire, bisogna avere il coraggio di farlo”.

La regista poi rivolge un pensiero ai giovani autori e al loro rapporto con l’impegno politico: “Mi piacerebbe vedere più giovani coinvolti nel sociale, nei drammi del presente. Che non si facciano imbavagliare dalla politica. Per finanziare Green Border non mi sono rivolta alle istituzioni, ma a case di produzione private. E oggi queste possibilità sono sempre meno. Green Border non ebbe una distribuzione capillare, non raggiungemmo il pubblico che speravamo. Il governo polacco attaccò duramente il film, ma per noi fu la miglior promozione possibile: significava che avevamo colpito nel segno. Ringrazio ancora le istituzioni per la pubblicità gratuita. Volevo mostrare non solo una stortura politica, ma un’umanità sofferente, la storia di una famiglia disperata in cerca di una vita migliore”.

Si è tornati poi sul valore della famiglia in Green Border: “Credo che il cinema possa partire dal basso per parlare a tutti. La famiglia del film è siriana, ma avrebbe potuto essere polacca o ucraina. Durante il set ho creato un legame forte con gli attori, realmente profughi siriani. Mi hanno raccontato molte storie. Io stessa sono stata una rifugiata politica negli anni Ottanta, in Francia. Non è stata una fuga drammatica come la loro, ma psicologicamente ci siamo capiti. In Siria loro erano attori affermati. L’empatia nasce quando mostri i sentimenti veri delle persone, i loro destini. Non quando mostri solo te stesso: quello è narcisismo”.

Agnieszka Holland

Sul cambiamento in Polonia dopo l’uscita di Green Border, la regista è netta: “Non è cambiato nulla. Anzi, è peggiorato. Prima lo Stato cercava di nascondere i suoi metodi illegali, oggi non ci prova nemmeno. Le pratiche razziste sono ormai accettate. Le persone di colore o di etnie diverse non hanno gli stessi diritti dei cittadini polacchi. Il presidente Tusk ha approvato una legge che permette all’esercito di sparare ai migranti al confine, anche senza pericoli reali, senza conseguenze. Il clima è di avversione generale verso il diverso”. Ha aggiunto: “Tusk ha detto che la Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo è morta. Io credo che sia morto il nostro sistema democratico. Si sfrutta l’immigrazione come propaganda, per cavalcare il malcontento e ottenere voti. È una tendenza diffusa in Europa, soprattutto nell’Est. Si costruisce paura, si polarizza lo scontro”.

Poi sul suo paese d’origine confessa: “Ho una connessione profonda con la mia terra. Ma vivendo in tanti paesi ho perso qualcosa delle mie radici, pur avendone trovate altre. E poi non esiste una sola Polonia: dentro ce ne sono molte. Dopo la caduta del comunismo ero una regista popolare, raggiungevo pubblici diversi. Ma con la polarizzazione degli ultimi anni ho perso metà degli spettatori. Sono diventata un nemico pubblico per l’altra fazione. Come nei social, ognuno vive nella propria bolla e non ascolta gli altri. Nessuno vuole negoziare, trovare soluzioni comuni. Siamo come in trincea, barricati nelle nostre bolle. È come se in Polonia convivessero tanti paesi diversi l’uno dentro l’altro. E questo non mi piace”.

Riguardo ai personaggi rivoluzionari e agli underdog che popolano il suo cinema, Holland ha spiegato: “Amo gli anarchici ribelli. In Charlatan racconto la storia di un erborista nel dopoguerra: un uomo dalle straordinarie capacità, osteggiato dal governo e dalla società. Mi interessa la sua caparbietà nel difendere le sue idee. Ho una predilezione per personaggi così. Credo che il cinema sia un’autentica espressione di libertà, anche quando affronta figure ambigue della nostra storia. È uno dei suoi compiti: indagare il passato e dunque noi stessi”.

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