CINEMA – 1a Festa Internazionale di Roma – "Il documentario è una formula liberatrice" – Incontro con Luigi Di Gianni

Questo pomeriggio la "Casa della Memoria e della Storia" presenta alle 17:45 la rassegna "C'era una volta in Italia", evento collaterale della Festa del Cinema. "Profondo Sud" il titolo della serata, dedicata alle proiezioni di documentari etnografici e antropologici firmati da Cecilia Mangini, Giuseppe Ferrara, e Marco Marcotulli, cui seguirà la lettura di testi pasoliniani recitati da Gian Marco Tognazzi e Stefania Orsola Garello. Ben due opere tra quelle proiettate oggi sono a firma di Luigi Di Gianni, regista cinematografico e televisivo di documentari e fiction, diplomato e poi docente al Centro Sperimentale di Cinematografia, autore negli anni '70 dello sceneggiato Rai Il processo da Kafka, e del film Nastro d'Argento 1975 Il tempo dell'inizio, fresco fresco di Laurea in Filosofia Honoris Causa conferitagli a febbraio dall'Università tedesca di Tubinga.


Il Professore, lettore affezionato di Sentieri Selvaggi (da tempo iscritto alla newsletter del sito…) ha accettato di farsi una chiacchierata per l'occasione con un suo ex-allievo del Corso di Antropologia Visuale all'Università di Lecce…


 


Mettiamo subito le cose in chiaro, Professore: Roma o Venezia?


"Beh, contando che di queste proiezioni di miei lavori non sono stato avvisato né mi è arrivato alcun invito a partecipare, o a scegliere quali documentari mi sarebbe piaciuto fossero presentati, non posso che sottolineare l'apparente disorganizzazione della kermesse romana. Poi comunque non mi sembra tanto una questione di scelta: se la Festa di Roma si pone come una manifestazione autonoma, ben venga, c'è solo da applaudire, e da spronare altre città, magari del Sud, a fare altrettanto. Ma se invece si cerca e si gioca all'antitesi col Lido a tutti i costi, allora non posso che dirmi pro-Venezia."


Questo pomeriggio comunque la Festa la omaggia con la proiezione di suoi due documentari, Pericolo a Valsinni e L'attaccatura


"Pericolo a Valsinni è un lavoro del 1959, ed è un documentario completamente ricostruito, come fosse un film di finzione. E' un'opera di denuncia sociale, su come il suolo franoso della zona di Valsinni condizioni vita, morte e lavoro dei contadini locali. L'attaccatura è invece uno dei miei tanti documentari di argomento magico-religioso: è del 1971, ed è incentrato sulle pratiche magiche della guaritrice napoletana Margherita. Anche qui, alla materia documentaria ho aggiunto un pizzico di fiction. Il documentario per come la vedo io dovrebbe essere una formula liberatrice, un insieme infinito di possibilità teoriche e realizzative."

Specialmente oggi, grazie alle nuove frontiere del video…


"Girare in video ha i suoi pro e i suoi contro. Anch'io ormai giro in digitale, ho abbandonato la mia amatissima 35mm. E mi rendo conto che il digitale asseconda una dilatazione delle riprese: ci si allarga coi tempi e con i ciak perché tanto poi i conti si fanno al momento del montaggio, davanti al pc. Ma io vengo dalla scuola della sintesi, quella dei documentari girati grazie ai premi della tanto inutilmente bistrattata Legge Assistenziale per il Cinema Corto e Documentario di una volta: quei pochi erano i soldi, e quindi bisognava fare attenzione ad ogni centimetro di pellicola in più, ai tempi di realizzazione strettissimi, alle troupe ridotte all'osso che mi porto appresso ancora oggi – quattro, cinque persone al massimo: per fare del cinema davvero libero devi portarti poco peso sulle spalle. E' una dura palestra che educa al cinema, quella di fare un film coi sovvenzionamenti. Ma oggi uno ci deve rimettere di tasca propria, altrimenti – senza rischiare ogni giorno qualcosa – non si lavora. Io collaborerei molto volentieri con un'emittente satellitare tipo RaiSat, ad esempio: mi sembrano delle oasi molto indipendenti, lontane da una concezione 'mercantile'. A fare la televisione di oggi, invece, non ci tornerei – rispetto i prodotti di intrattenimento, ma mi addolora che questi non siano accompagnati da opere maggiormente di ricerca, di impegno."


Questo suo 'cinema della sintesi' ha dato nel tempo dei risultati di una potenza visiva formidabile, una ricerca d'immagine dalla grandissima forza espressiva. Il culto delle pietre, ad esempio, ancora oggi a 40 anni da quando è stato realizzato, mantiene una modernità sorprendente. Chi la colpisce invece tra i giovani filmmakers?


"Sicuramente Pannone, che mi piace moltissimo, e che è anche stato mio allievo al Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel campo del cinema di finzione, sono rimasto invece molto colpito dai lavori di Matteo Garrone."


Potendo dare un consiglio agli organizzatori dell'evento di questo pomeriggio che la riguarda…


"Nell'attesa dei miei prossimi Appunti per un film su Carlo Gesualdo, un docufiction sulla figura del grande musicista cinquecentesco di cui inizio le riprese proprio in questi giorni, mi sarebbe piaciuto moltissimo poter proiettare La Madonna in cielo, la 'matre' in terra, il mio ultimo lavoro documentaristico, terminato proprio quest'anno, che si avvale di un prologo recitato da Peppe Barra (col quale prima o poi girerò anche il mio Viaggio nell'Ade, sul culto napoletano delle 'anime pezzentelle', quelle del Purgatorio): è un ritorno sui miei carissimi temi magico-religiosi, stavolta una panoramica di culti tutti al femminile, partendo dalla 'filosofia' di una maga riguardo agli unici due poteri del Mondo: la Madonna in cielo, e l'Utero in terra."