Cinema e game show: persone, non personaggi
Rollerball, Hunger Games, Squid Game e il recente The Running Man, il cinema ha spesso approcciato il mondo dei game show. I concorrenti dei reality sono ancora persone? O solo semplici personaggi?
Esce il 13 novembre nelle sale italiane The Running Man, adattamento dell’omonimo romanzo di Stephen King. Alla regia c’è Edgar Wright, già autore di Hot Fuzz e Ultima notte a Soho. Il cast vede la partecipazione di attori come Glenn Powell, Michael Cera, Colman Domingo, William H. Macy e Emilia Jones.
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Ambientato in un futuro distopico in cui gli Stati Uniti sono governati da un regime totalitario che ha portato il Paese al collasso economico, il film segue Ben Richards, padre di famiglia che per pagare le spese mediche della figlia decide di partecipare al reality The Running Man. Il gioco è, in realtà, una vera e propria missione suicida. I concorrenti devono infatti sfuggire a degli agenti speciali che hanno il compito di braccarli e ucciderli. Solo se riusciranno a sopravvivere per trenta giorni potranno vincere il premio in denaro.
Non è la prima volta che il cinema riflette sulla (possibile?) deriva dei reality, sul loro impatto e, soprattutto, sulle conseguenze della passività del pubblico, metafora della passività di una società sempre più individualista e disumana. Esempio cardine è The Truman Show di Peter Weir. Per gli spettatori dello show, infatti, Truman non è un essere umano reale, ma un personaggio che abita i loro schermi e che, una volta spenta la televisione, non esisterà più.
Con The Running Man, tuttavia, vi è un’ulteriore riflessione da fare. Il legame che unisce la disumanizzazione dell’altro con la violenza estrema insita ormai nella società è tutt’altro che labile, soprattutto nel momento in cui, bombardati dalle immagini più disparate e mai davvero censurate o comunque filtrate tra piattaforme ed algoritmi, da tempo siamo ormai assuefatti alla violenza. E forse la nostra desensibilizzazione parte simbolicamente da lontano, dalle risate accorate che gli spettatori regalano ai poveri sventurati protagonisti delle gaffe mandate in onda da programmi demenziali come Paperissima o Ridiculousness, ormai smaterializzati nel doomscrolling delle piattaforme.
Già nel 1975 Norman Jewison aveva intuito le pericolosità di un rapporto così stretto tra mass media, reality tv e violenza. Dopo il successo di Jesus Christ Superstar, il regista statunitense dirige infatti Rollerball, con James Caan e Maud Adams. In un mondo controllato dalle corporazione e apparentemente perfetto, senza più guerre, crimini, povertà, l’unica valvola di sfogo è il rollerball. Violentissimo sport di squadra su pattini e motocicletta, il rollerball è una vera e propria sublimazione della guerra. I tifosi celebrano entusiasti le cadute, gli infortuni e le eventuali morti dei giocatori. Anzi, non vedono l’ora di assistere a quella che è una vera e propria carneficina. E se alla fine del film Jonathan E., il personaggio di Caan, sconfigge il sistema rifiutandosi di uccidere l’ultimo avversario, il pubblico ne esce ancora una volta, comunque, sconfitto, non cosciente di ciò a cui ha appena assistito.
La denuncia di Jewison verrà estremizzata nei primi anni ’00 in cui quei reality esplosero sulla tv generalista in Live – Ascolti record al primo colpo, di Bill Guttentag. Nel film, Eva Mendes è Katy, executive dell’emittente fittizia ABN. La necessità di toccare indici di ascolto altissimi la spinge a creare un programma unico, senza alcun precedente. Nasce quindi Live!, reality show ispirato alla roulette russa, in cui i partecipanti, per vincere il premio in denaro, dovranno mettere a repentaglio la loro vita. Dal progetto di Guttentag emerge una visione forse ancora più cinica, nichilista e avvilente di quella che si intravede in Rollerball. Se nel film di Jewison la morbosità dello spettatore era strumento di controllo, qui invece è solo un mezzo di guadagno. Lo spettatore viene desensibilizzato, spinto a svuotare l’altro e a svuotarsi egli stesso solo per arrivare al montepremi. Nessuno può realmente vincere a questo gioco, se non l’emittente, ovvero le corporazioni. L’umanità, invece, è destinata a perdere.
Ad una conclusione simile giunge, ovviamente, Squid Game, forse non a caso uno dei grandi cult seriali degli ultimi anni. Come in Live, anche qui il premio va a chi riesce a sopravvivere a delle prove mortali. Tuttavia, la disumanizzazione che già Guttentag profetizzava nel suo film, nella serie sudcoreana è ancora più presente. I concorrenti diventano dei numeri, sono vestiti con divise verdi, come se fossero carcerati e ogni morte alza il montepremi. Il tutto, solo per il diletto delle persone privilegiate che si celano dietro l’organizzazione della competizione. L’essere umano, nella serie di Hwang Dong-hyuk, non è perciò nemmeno più uno strumento di guadagno, ma una semplice formica che chi può schiaccerà senza pensarci due volte solo perché ha il potere di farlo.
Surreale è che Netflix ne abbia poi prodotto un game show. A partire da novembre 2023, infatti, sulla piattaforma è presente Squid Game: La sfida. Di produzione britannica, il reality incarna esattamente quello che denunciava Squid Game. Lo spettatore segue i partecipanti riprodurre le sfide della serie (ovviamente non in forma letale) ed il messaggio originale si perde in favore del guadagno della piattaforma e del divertimento del pubblico.
Lo stesso, d’altronde, avviene con i Beast Games, reality disponibile su Prime Video ideato dalla star di Youtube Mr Beast. Nel game show più di mille concorrenti si sfidano in prove di ogni tipo per arrivare a vincere 5 milioni di dollari. Sono diversi i partecipanti che hanno dichiarato di essere stati trattati in modo disumano, con la produzione che controllava persino quando andavano a dormire, privandoli di qualsiasi tipo di privacy e accesso al mondo esterno. La stessa modalità di eliminazione dal gioco è spesso brutale e spinge a mettere i concorrenti gli uni contro gli altri, nell’esaltazione di un puro individualismo sempre più visto come unica alternativa possibile.
Si potrebbe affermare che, d’altronde, in qualsiasi competizione conti solo la vittoria, ma è davvero così? Sono svariati gli esempi di fair play nel mondo sportivo, con atleti che hanno rinunciato a portare a termine la propria gara pur di sostenere i propri avversari. Basti pensare ai recenti mondiali di atletica, con Tim van de Velde che ha aiutato Carlos San Martin a completare la propria batteria dei 3000 siepi. L’esatto contrario di quanto propagandato dai game show di cui sopra.
I reality show tendono a ricreare dinamiche tipiche del “mondo reale” e ad estremizzarle, per intrattenimento. Lo spettatore si focalizzerà sul conflitto, ne sarà attratto. E più il conflitto sarà estremo, più pubblico lo show sarà in grado di catturare. Al tempo stesso, quello che nasce come mero intrattenimento lancia messaggi e diventa specchio di un determinato atteggiamento nei confronti della realtà. Alcuni dei film e delle serie di cui si è ragionato poco sopra hanno provato a raccontare questa dicotomia e le sue implicazioni. La domanda sorge spontanea: hanno ragione loro? Il pubblico, quindi la società civile, ha definitivamente perso?
Hunger Games di Gary Ross, uscito nel 2012, sembra indicare un’altra strada. Adattamento del romanzo di Suzanne Collins, il film narra di una società post apocalittica in cui si svolgono dei giochi – gli Hunger Games appunto – in cui i partecipanti, prelevati a forza dai loro distretti, devono sfidarsi e uccidersi a vicenda. L’ultimo sopravvissuto sarà incoronato vincitore. Esattamente come Jonathan E. in Rollerball, però, Katniss e Peeta, i due protagonisti, sfidano il sistema, sovvertendolo. Il loro atto di ribellione diventa il primo tassello di un risveglio del pubblico prima e di una rivolta poi. La speranza di uno spettatore che da passivo fruitore di violento annichilimento dell’umano ha la possibilità di diventare un attivo ricostruttore della società è la novità portata dal film di Ross.
In fin dei conti, forse basterebbe realizzare, in un mondo in cui ormai l’umano ha sempre più gli occhi fissi sullo schermo, che i nostri dispositivi sono popolati da persone, non meri personaggi. Alzare la testa e guardarsi intorno potrebbe essere essere un primo passo. Realizzare il valore intrinseco dell’umano deve essere il secondo.
























