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Cinema sotto sorveglianza: la creatività come atto di resistenza in Iran

Dalla satira ribelle di Ali Asgari ai set clandestini di Jafar Panahi, il cinema iraniano continua a respirare nonostante il controllo del regime

In Iran il cinema rimane uno degli ambiti culturali più sensibili e controllati dal potere. Per essere realizzati, i film devono passare al vaglio di permessi, approvazioni ideologiche e norme che li regolano fino ai minimi dettagli: la lingua che si può usare, il modo in cui una donna appare in scena, i temi considerati accettabili e quelli percepiti come minaccia. La censura non limita solo la libertà creativa, ma determina quali storie possono entrare nell’immaginario collettivo e quali invece devono restare invisibili. Ed è proprio dalla tensione tra controllo e creatività che nasce la necessità non solo di raccontare, ma di resistere. 

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Per questo motivo, i cineasti iraniani hanno elaborato quella che viene definita “l’arte dell’allusione” che consiste nell’utilizzare metafore e allegorie per veicolare i messaggi senza violare direttamente le regole della censura. Una modalità ormai diventata tipica del cinema d’autore iraniano, in quanto permette ai registi di trattare implicitamente le questioni sociali senza confrontarsi con le autorità. Ma non solo: come spesso accade, molti producono i loro film clandestinamente (spesso mettendo in pericolo la propria incolumità) fino ad ottenere riconoscimenti a livello internazionale, senza però essere mai proiettati in Iran.

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In questo spazio di resistenza si inserisce il lavoro di Ali Asgari, che sin dai suoi primi cortometraggi esplora le problematiche quotidiane dovute al regime iraniano.
Asgari fa parte di una nuova generazione di cineasti che invece di affidarsi all’allusione, per opporsi sceglie un’arma forse più tagliente: la satira. Come ha detto in un’intervista rilasciata a Variety in occasione del Doha Film Festival, dove il suo quarto lungometraggio Divine Comedy è stato recentemente presentato, la satira è il mezzo migliore per esprimere ciò che stiamo vivendo, perché quando si usa la satira si mostra quanto siano assurde e stupide le regole. Si riduce il potere del sistema”. Uno stratagemma utilizzato anche per avvicinare il pubblico internazionale alla realtà dell’Iran: “Molte persone non sono a conoscenza di ciò che sta accadendo. Se [si presenta la realtà] in modo troppo serio, potrebbero non capirla. L’umorismo li coinvolge”.

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Con Divine Comedy, che è stato presentato anche nella sezione Orizzonti della scorsa Mostra del Cinema di Venezia (qui la nostra intervista), Asgari racconta la storia di Bahram (Bahman Ark), un regista azero-iraniano che ha dedicato tutta la sua carriera a girare film nella propria lingua, senza però riuscire a mostrarli ufficialmente in Iran. Quando il Ministero della Cultura blocca ancora una volta la sua ultima opera, lui decide di non accettare l’ennesimo silenzio imposto. Sale sulla sua Vespa insieme alla produttrice Sadaf (Sadaf Asgari) e intraprende un percorso itinerante e clandestino, portando il film direttamente agli spettatori, proiezione dopo proiezione, sfidando, così, la censura istituzionale. 

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Questa storia prende direttamente spunto dal vissuto di Asgari, che infatti non è estraneo a questi stratagemmi: lui stesso lavora girando film senza permessi ufficiali, pagandone spesso le drastiche conseguenze che hanno portato anche al sequestro del suo passaporto. Misure che, però, non hanno mai intimidito il regista. Asgari ha infatti detto che correre questo tipo di rischi fa parte del suo lavoro. “Si hanno due opzioni: realizzare un film con i permessi richiesti e non correre rischi, oppure realizzarlo senza permessi e accettarne le conseguenze” sostiene “Io ho scelto la seconda. Non realizzo film politici per provocare nessuno, ma non mi piace l’idea di essere censurato continua credo che un regista debba essere libero. Se vai al Ministero della Cultura per richiedere il permesso, stai già rinunciando a quella libertà. È una cosa che non faccio mai”. 

Questo modo di porsi, così radicalmente libero, richiama inevitabilmente il percorso di Jafar Panahi. Questo regista è infatti tra i più importanti dell’Iran, sia per il successo internazionale che ha ottenuto, sia perchè rappresenta un simbolo attraverso la sua lotta per la libertà di espressione. 

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Nel 2010, Panahi fu condannato a sei anni di carcere e gli fu anche proibito di girare film per vent’anni. Dopo aver scontato un paio di mesi in prigione, il regista fu rilasciato su cauzione e nonostante il divieto, continuò a fare film girandoli di nascosto e contrabbandandoli fuori dal paese. 

Un semplice incidente, il suo ultimo film, ha vinto la Palma d’Oro all’ultimo Festival di Cannes. Il film racconta la storia di un gruppo di ex prigionieri politici che, dopo un incidente stradale, credono di aver rintracciato l’uomo che un tempo li torturava dietro le sbarre. La vicenda si trasforma in una drammatica ricerca di giustizia e memoria: sospetti, dubbi, paure, tra desiderio di vendetta e incertezza sull’identità del presunto aguzzino. 

Il mese scorso, proprio mentre Panahi era in tour negli Stati Uniti per promuovere il film (che con tutte le probabilità verrà nominato ai prossimi Oscar nella categoria internazionale), il regime iraniano lo ha condannato ad un anno di carcere, accusandolo di propaganda contro di esso. La sentenza prevede anche un divieto di espatrio di due anni e il divieto per Panahi di aderire a qualsiasi gruppo politico o sociale. 

Ho un solo passaporto. Questo è il passaporto del mio paese e desidero tenermelo”  ha detto Panahi a Variety durante il Marrakech Film Festival “il proprio paese è il posto migliore in cui vivere, indipendentemente dai problemi e dalle difficoltà” ha aggiunto “Il mio paese è il luogo in cui posso respirare, dove trovo la ragione di vivere e la forza di creare. I problemi che l’Iran sta affrontando in questo periodo sono temporanei, proprio come quelli che ogni società ha dovuto affrontare”.

Jafar Panahi, così come Ali Asgari, diventa ancora una volta la testimonianza vivente di cosa significhi fare cinema in Iran oggi: continuare a rischiare la propria libertà pur di raccontare, denunciare, dare voce a chi il regime vorrebbe dimenticare. Il film resta resistenza.

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