Cinema Svizzero a Venezia 2019 – Ondes de choc (ep. 1 e 2)

C’è un momento della prima puntata di Ondes de choc, serie tv presentata al Festival del Cinema Svizzero a Venezia che rivive alcuni dei crimini che realmente hanno terrorizzato la Svizzera, in cui sembrerebbe di essere stati catapultati in qualche libro game tipo Bandersnatch. Una voice-off manda le note di Relax dei Frankie Goes To Hollywood, mentre il protagonista, un diciassettenne che è riuscito a fuggire dalle violenze di un serial killer, continua a fare a cazzotti con i demoni di un trauma che difficilmente lo lasceranno mai davvero in pace.

Per fortuna però Ondes de choc è una serie antologica, fatto che dovrebbe rincuorare dal terrore di imbattersi nell’ennesimo lavoro a puntate ambientato negli anni ’80. Il primo protagonista è Mathieu, un ragazzo interpretato dall’esordiente Maxime Gorbatchevsky, che grazie ad una memoria fotografica fuori dal comune riesce a rievocare le fattezze del suo aguzzino, ridando un volto a certe paure che continuano a tormentarlo.

Il grande limite di questa puntata pilota di Ondes de choc è paradossalmente che l’adrenalina ed il terrore dietro quello shock esortato dal titolo, vengono quasi sempre accantonati nei frammenti, gettati qua e là tra gli interstizi della storia. Non che fosse necessario speculare sul dramma di situazioni realmente accadute, questo è chiaro, ma ciò che almeno ci si aspetterebbe da un prodotto del genere è che la sinossi sensibilizzi, crei empatia con la vittima, analizzi le cause dell’orrore. 

Ma di nuovo, per fortuna  Ondes de choc è una serie antologica. Per cui non solo è possibile imbattersi in episodi più o meno riusciti, che restano quasi del tutto indipendenti tra loro, ma è anche più interessante analizzare ogni singolo lavoro come se fosse un unicum, un film estrapolabile dal contesto generale.
Così facendo si scoprirà di possedere una straordinaria libertà. Quella di poter amare il secondo episodio di Ondes de choc senza che alcuna tentazione comparativa possa associarlo a quello precedente o al successivo. Journal de ma tête di Ursula Meier è infatti un concentrato di poesia e dubbio amletico, di vaga rievocazione de L’attimo fuggente ed altrettanta attenzione al dramma shakespeariano.

Benjamin Feller è un diciottenne che, senza avere precedenti, un giorno medita e realizza l’uccisione dei propri genitori. Prima di farlo però invia per posta il suo diario segreto alla professoressa di francese che tanto lo invogliava a coltivare quei suoi istinti letterari.
Ne viene fuori un mediometraggio che, non fosse per la durata di scarsi 70 minuti, potrebbe essere tranquillamente materiale festivaliero in completa autonomia. Ursula Meier (già passata in Laguna da giurata a Venezia 2012 e vincitrice dell’Orso d’Argento a Berlino con Sister), decide di raccontare una tragedia familiare mettendo al centro della narrazione i moti interiori della professoressa, vero spirito guida che nel bene o nel male ha forse ispirato le scelte di Benjamin.

Il montaggio frizzante di Nelly Quettier mette a confronto diversi piani temporali, alternando i momenti dell’omicidio ai sensi di colpa della professoressa e così generando un cortocircuito di emozioni in cui la vera protagonista diventa la poesia, anima civile e motore degeneratorio.

Di fronte a due episodi tanto diversi per scelte tecniche ed intenzioni artistiche verrebbe allora da pensare che la vera forza di  Ondes de choc risieda proprio in questo pluralismo linguistico, in questa capacità di prendere un atto efferato e farlo diventare un vero e proprio arena driven.

Punto di forza che però non fa altro che marcare la necessità di sospendere momentaneamente il giudizio sull’opera nel suo insieme, lasciando agli spettatori l’onore e l’onere di giudicare, nell’attesa di qualche altro episodio in cui, oltre a valutare, si possa continuare a guidare le sorti del personaggio/avatar con cui si è scelto di giocare.