CINEMAFRICA – Nouri Bouzid. Un cinema scomodo

di Riccardo Centola

Lo scorso gennaio Nouri Bouzid ci ha generosamente aperto le porte del suo appartamento di Tunisi. Un appartamento incredibile, pieno di oggetti curiosi e manufatti artigianali fabbricati dallo stesso Bouzid in una stanza-laboratorio attigua alla stanza da letto. Ci ha offerto un caffè e ha accettato di filmare una lunga intervista. È stata l’occasione per una chiacchierata retrospettiva sull’insieme della sua carriera, in particolare sulle difficoltà che i suoi film hanno dovuto superare per vedere la luce e arrivare infine al pubblico tunisino.

Bouzid si definisce un cineasta della società civile, tanto più di quella società che la rivoluzione tunisina sembra aver messo in fermento nel 2011. I suoi film mirano tutti a spezzare i tabù che silenziosamente, più o meno inconsciamente, hanno oppresso e opprimono la vita pubblica e domestica delle famiglie tunisine. Temi come la pedofilia, la tortura, la prigionia, la laicità, la miseria nelle campagne, la condizione femminile, il terrorismo sono scandagliati con uno sguardo razionale e benevolo. Con ogni film Bouzid ha cercato di rinegoziare i confini di visibilità e presenza di queste e altre problematiche sulla scena pubblica tunisina. La sua opera ha fatto guadagnare margini decisivi alla libertà di espressione e di coscienza.

La biografia di Bouzid è gravata da sette anni di prigionia e tortura, una punizione che il regime di Habib Bourguiba ha riservato a lui e altri militanti della sinistra estrema negli anni Settanta. A detta di Bouzid, per mettere in piedi un capo d’accusa è bastata una libreria troppo imbastita di testi rossi, Lenin e Mao in primis. Una volta uscito dal carcere e dallo stato di ebrezza ideologica sessantottina, Bouzid sembra fondare su questa esperienza traumatica la legittimazione etica del proprio narrare, del proprio cinema schierato in difesa delle istanze libertarie del proprio paese.

Oggi in Tunisia l’articolo 21 della neonata costituzione cerca di mettere la libertà di espressione al riparo da nuove derive autoritarie. Il paese è ancora in piena fase di ridefinizione della propria identità e dei propri valori condivisi. Anche se l’ombra della censura di stato sembra scongiurata, Bouzid si dice preoccupato di fronte alle repentine minacce ricevute dalle frange più estreme dei movimenti politici islamici. Si tratta di un pericolo reale che ha visto Bouzid già vittima di un’aggressione di stampo islamico nel 2011. Insomma, ad una censura dall’alto, quantificabile spesso in sovvenzioni e permessi negati, sembra sostituirsi quella più morbida e insidiosa della pressione sociale.

Nouri Bouzid è una figura chiave nella cinematografia araba e panafricana contemporanea. Due volte vincitore delle Journées Cinématographiques de Carthage, è tra i pochi cineasti magrebini ad aver guadagnato una visibilità internazionale. Lungi dal voler ottenere un effetto agiografico — di santi e martiri siamo già ben assortiti su entrambe le sponde del mediterraneo —, questo dialogo con Bouzid si offre come spunto di riflessione su società dinamiche emergenti a pochi chilometri da noi, realtà con cui l’Europa stenta ad istaurare un dialogo paritario, quando non del tutto latitante in materia di immigrazione.

L’intervista che proponiamo è stata raccolta durante la lavorazione di una futura video installazione intitolata "Il cinema nascosto", progettata e realizzata dalla giovane regista torinese Irene Dionisio. L’installazione avrà come temi centrali la censura nel cinema tunisino e il progressivo abbandono delle sale cinematografiche nei centri urbani e peri-urbani tunisini. La regista s‘interessa da tempo alla Tunisia per la realizzazione di Sponde, un documentario attualmente in post-produzione che narrerà dell’amicizia epistolare tra due becchini tra Zarzis e Lampedusa.

Guarda l’intervista sul canale YouTube di Cinemafrica (link).

a cura di www.cinemafrica.org