#CinemaRitrovato2018 – The Last Movie, il viaggio liquido di Dennis Hopper

Vedere al Cinema Ritrovato di Bologna nella sezione dedicata ai “Censurati, ritrovati, restaurati” la bella versione del secondo, maledetto film diretto da Dennis Hopper nel 1971 è davvero come essere davanti a una “prima” volta. Del resto The Last Movie è un film ancora oggi quasi introvabile, che molte generazioni di appassionati e studiosi non hanno mai visto e che si porta dietro una fama epica che prescinde le sue (non trascurabili) qualità. Parliamo infatti di uno di quei film, insieme a Sorcerer e a I cancelli del cielo, che celebrano l’apoteosi del grande cinema americano degli anni 60 e 70 e allo stesso tempo ne decretano, più o meno consapevolmente, il funerale. Ed è impossibile parlare di The Last Movie senza configurare il fuori campo delle vicissitudini realizzative. In un modo o nell’altro sapere come è stato concepito realizzato e montato il film conta quanto raccontarne la trama. Anche perché è davvero un’opera non raccontabile, figlia del suo tempo infarcita com’è di ideologia beat, raccordi di montaggio impossibili, ellissi narrative brusche, musica folk e la fotografia di Laszlo Kovacs che sembra baciata dal talento e dal peyote in ogni singolo frame.

In origine c’è il milione di dollari che la Universal concede a Hopper all’indomani del successo inaspettato di Easy Rider. L’attore e regista, consumatore cronico di alcol e droghe, se ne va in Sudamerica con un cast di attori, tecnici, produttori e sceneggiatori che sembra più una comune hippie. Tornerà mesi dopo nella sua villa in New Mexico con ore e ore di girato, ma senza avere in testa un film. Nell’arco di un anno ne monterà una prima versione e poi una seconda, ancor più sperimentale e influenzata dall’amicizia con Alejandro Jodorowsky. Alla casa di produzione il risultato però non piace e penalizza il film con una distribuzione quasi invisibile. E per Hopper si profila un boicottaggio che ne affossò per sempre le ambizioni registiche a Hollywood.

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Un trip a cui ognuno può dare il significato che vuole” ha giustamente suggerito prima della proiezione con il pubblico Henry Hopper, il figlio di Dennis, attore per Gus Van Sant, nel bellissimo Restless. Ed è un autentico viaggio quello compiuto dalla troupe di The Last Movie verso un set lontanissimo e devastato tra le montagne del Perù. Qui abbiamo un film western diretto da Samuel Fuller sgangherato e improbabile che in un modo o nell’altro corrompe la purezza della comunità peruviana, che al termine delle riprese rimane talmente ossessionata dal fare cinema da voler girare il “suo” film con finte cineprese, finti attori, finto regista. E lo stuntman Kansas (Hopper) è il testimone e l’attore allucinato di questa ballata grottesca e malinconica, tra dialoghi improvvisati, paesaggi bellissimi, orge e amare riflessioni anticapitaliste. Per Dennis Hopper Sogno americano e Cinema americano sono la stessa cosa: un mondo da amare/odiare, un set da distruggere per poi essere distrutti. Forse solo attraverso la morte si può risorgere. O forse non si può risorgere (e cambiare il mondo) perché si muore. Come per i motociclisti di Easy Rider, il cui viaggio generazionale qui viene sciolto tra intellettualismi ludici godardiani e lirica alla Peckinpah. God is everywhere!

 

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