#CinemaRitrovato2019 – Quel pomeriggio di un giorno da… Epstein

Sala Mastroianni. Ore 14.30. C’è l’aria condizionata. Ma soprattutto c’è Finis Terrae di Jean Epstein, uno dei tanti eventi imperdibili del Cinema Ritrovato. “Per essere sicuri di trovare posto meglio entrare 20 minuti prima della proiezione” mi dico. Lo faccio e al mio ingresso mi ritrovo già con 3/4 di sala pieni. Bologna è uno dei pochi festival italiani, insieme a Torino probabilmente, che può davvero vantarsi di riempire quasi sempre le sale.

Finis Terrae è un film che Epstein ha girato tra il maggio 1928 al gennaio 1929 in condizioni logistiche complesse nell’arcipelago di Ouessant. Racconta la vicenda di quattro pescatori che raccolgono alghe in un’isola deserta e sono costretti a fronteggiare l’emergenza sanitaria di uno di loro. La copia è restaurata in 4K da Gaumont a partire dal negativo nitrato conservato nella Cinémathèque Française. La proiezione è accompagnata dall’esibizione musicale di Stephen Horne, che suonerà pianoforte e fisarmonica.

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Un’ora prima ci ero rimasto un po’ male quando con entusiasmo avevo segnalato a un addetto ai lavori che dopo pranzo sarei andato a vedere Finis Terrae. “Ma non è in pellicola!” mi aveva risposto guardandomi con un filo di disgusto, come fossi una matricola universitaria.

Non sono ancora mai stato alle Giornate del cinema muto di Pordenone. In due anni di esperienza bolognese posso dire che guardare un film muto con accompagnamento musicale live, ti inchioda in una dimensione spazio-temporale stranissima. L’obiettivo è ovviamente replicare l’esperienza degli spettatori cinematografici degli Anni Dieci e Venti. Il tutto è collaudato da un senso della misura e un rispetto per le immagini encomiabile. Stephen Horne viene ad esempio presentato al pubblico all’ultimissimo minuto, quando il film sta per cominciare. Forse è stata una dimenticanza, ma sembra tutto perfettamente funzionale per non rubare la scena a Epstein e al suo film.

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Il paradosso dell’esperienza percettiva di un film muto con accompagnamento musicale è che si tratta comunque di un evento pensato e compiuto nel 2019. Quindi la verità è che oscilliamo costantemente in un passato-presente. Assistiamo a un film nel 2019 provando a vederlo come se fossimo nel 1929. Strano a pensarci bene, no? Perché così facendo è come se re-intrerpretassimo due epoche contemporaneamente: quella del passato e quella del presente. Un doppio tradimento che messo insieme sforna una magnifica…illusione.

Appena lo schermo si riempie dei bellissimi paesaggi di Epstein sembra davvero di stare in un altro mondo. Cinema oltre il cinema. Trascendente, visionario, modernissimo. Ogni volta che vedo o rivedo un film di Epstein mi chiedo perché tempo fa all’università me lo abbiano fatto studiare così poco.

Dopo qualche minuto l’aria condizionata non sembra più funzionare bene. Non è una novità. Sono tre giorni che a Bologna non si respira e che ci sono problemi nelle sale.  Lo scorso mercoledì si è rotta l’aria condizionata del cinema Arlecchino. Qualcuno mi dice che ci sono stati problemi anche al Jolly. Sala Mastroianni e sala Scorsese sembravano gli ultimi avamposti tollerabili. Ma adesso? ci siamo giocati anche la Mastroianni? Mi distraggo e mi domando quante lamentele e post su Facebook avrei letto se questa cosa fosse successa al Festival di Venezia o all’Auditorium di Roma. Poi torno subito a Epstein e mi dico che gli spettatori che nel 1929 hanno visto Finis Terrae non avevano l’aria condizionata. Allora va bene così: si soffre e si vede il film tirando fuori il ventaglio che l’organizzazione del festival ha diligentemente messo a disposizione. Presto in sala si configura una coreografia ritmata di ventagli che nel buio riflettono, in molteplici sfarfallii, le luminose immagini in bianco e nero di Epstein. C’è una magia anche in tutto questo. Una magia faticosa, che devi andarti a prendere. Ma c’è.

Quando il film finisce tra la stanchezza e l’ammirazione per il capolavoro assoluto che ho appena visto vince ovviamente la seconda. Si avvicina un compagno di festival. Io sorrido, lui scuote la testa.

“Questi della Gaumont sono un’associazione a delinquere. Con i loro restauri stanno rovinando tutto il cinema francese degli Anni Venti”

“Dici?” rispondo spiazzato.

“Maddai, sembrava un 16mm degli Anni Sessanta!”.

Adesso sono stordito. Esco dalla sala. Prima cosa da fare: bere una bevanda gelata. Poi si torna alla Mastroianni con il ventaglio in mano per vendere Judex, l’omaggio di Georges Franju a Musidora e Feuillade.

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Ma questa è un’altra storia.