Cinemasia – Brividi a Hong Kong

Sguardo d’insieme su horror e thriller del 2015nell’ex colonia, dall’esordio di nuove leve alla discesa in campo di attori veterani come Carrie Ng e Nick Cheung. A cura di www.asiaexpress.it

Il cinema di Hong Kong è sempre più fagocitato da quello cinese. Se nei blockbuster ormai è difficile distinguere una linea di demarcazione precisa, nelle produzioni di genere, specialmente a basso budget, è ancora possibile trovare caratteristiche autoctone. Un caso significativo rimane il comparto horror e thriller, in cui la Cina continentale negli ultimi anni si è lanciata a testa bassa, con decine di prodotti all’anno, i cui esiti sono però ancora decisamente deficitari. A Hong Kong non va molto meglio, a livello qualitativo, ma nell’ultimo anno sono state prodotte diverse pellicole che in un modo o nell’altro rivendicano una certa alterità rispetto al cinema mandarino.

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knock knock, who's thereCarrie Ng è una veterana della scena hongkonghese. Attrice nota – primariamente e sua malgrado – per i Categoria III degli anni Novanta, tra cui Sex and Zen (Michael Mak, 1991) e Naked Killer (Clarence Fok, 1992), si era presa una pausa a inizio 2000, ma è tornata in pianta stabile dopo la nostalgica co-produzione artsy-exploitation Red Nights (Les nuits rouges du bourreau de jade, Julien Carbon e Laurent Courtiaud, 2009). Da allora si è concessa qualche ruolo secondario e ha preparato la strada per una carriera dietro la macchina da presa. In veste di regista, pur rimanendo entro i confini del genere thriller-horror, non ha però impressionato. L’esordio è con Angel Whispers (co-regia Shirley Yung, 2015), un volatile slasher che tenta la strada ammiccante (le vittime sono prostitute residenti in un cadente palazzo) senza troppa convinzione e nessuna traccia di logica. Il conseguente Knock Knock, Who’s There? (2015) cerca di forzare la mano sullo stile, intersecando tre storie (e mezzo) di fantasmi: si va da una novella sposina decapitata durante una fuga in macchina per sviare dei paparazzi, che torna in forma di fantasma, a una giovane posseduta dallo spirito di un gatto nero sacrificato in un rituale superstizioso, fino a un maniaco che sevizia e uccide prostitute. Rispetto all’esordio c’è più cura per la messa in scena, come dimostrano alcune inquadrature articolate, ma un totale disinteresse per la narrazione, lo sviluppo dei personaggi o la costruzione della tensione. I rudimentali effetti speciali per delineare i fantasmi sono anche efficaci, ma spesi in momenti inessenziali, fino a sovrastare l’intreccio, che si riduce a esposizione didascalica di raccontini macabri poco ispirati.

Stesso esito trabllante per Jill Wong, esperto aiuto regista (in passato ha lavorato con i fratelli Pang, Joe Ma, Raymond Yip e Wilson Yip), che ultimamente si è lanciato alla regia. Nell’ambito di genere, Are You Here (2015) racconta di un gruppo di informatici poco di buono alle prese con la realizzazione di una app per simulare l’uso di una tavoletta ouija e con incongrue apparizioni di fantasmi. Qualche mediocre intuizione narrativa – come la scelta di caratterizzare quasi tutti i protagonisti come falliti anche un po’ repellenti – è devastata dalla verbosità inconsulta dei dialoghi e dalla mancanza di direzione della sceneggiatura. Era andata leggermente meglio con il precedente Guilty (2015), sulla relazione tra un killer a pagamento sfigurato e una giovane prostituta – un Cat. III inedito per i tempi censori che corrono. Il film non si eleva oltre la soglia minima di sopportazione, complici anche attori non particolarmente convinti, ma perlomeno mostra un certo coraggio tematico.

get outta hereLe sorti del bistrattato cinema di genere sovrannaturale trovano un qualche vago riscatto nell’allampanato Get Outta Here (2015) del nuovo arrivato Nick Leung. Il film mescola con buona dose di autoironia vampiri occidentali (non la variante saltellante cinese dei jiangshi), commedia e slapstick (nelle movenze del protagonista non morto, che rimandano a Buster Keaton). Durante gli scavi per la costruzione di un nuovo complesso edilizio viene risvegliato un vampiro secolare. Ritrovatosi nella odierna Hong Kong, il vampiro inizia a seguire una ragazza scalmanata, attratto dall’odore del suo sangue. Lei infatti, per rintuzzare l’interesse del distante fidanzato in videochiamata, non ha trovato di meglio che tagliarsi un polso nel mezzo di una strada affollata. La storiella è poco più di un pretesto – con il vampiro che si installa nell’appartamento di lei, insieme a nonna e coinquilino – ma Nick Leung si impegna con i mezzi a disposizione per donare personalità all’insieme, il che vuol dire fotografia curata con colori saturi, inquadrature stilizzate (ad esempio il plongée iniziale sulla buca dove il vampiro ha fatto il suo primo cadavere) e ritmo controllato. Due almeno le curiosità da segnalare. Da una parte la canzoncina che si sente all’arrivo del vampiro a Hong Kong è una cover di Cuor non dirmi no di Tosca, colonna sonora della versione italiana del cartone animato Anastasia (Don Bluth e Gary Goldman, 1997), qui cantata da una voce infantile in una lontana approssimazione di italiano. Dall’altra, il protagonista è interpretato da Alex Lam, figlio dell’attore George Lam, che in passato aveva a sua volta interpretato un vampiro occidentale nella fanta-commedia A Bite of Love (Stephen Shin, 1990): pur senza baffi, il figlio regala una buona interpretazione, come la sua co-protagonista, la cantante J.Arie. Get Outta Here è un piccolo film, che probabilmente esercita scarso appeal sul pubblico occidentale, ma da cui traspare un amore sincero per la tentacolare Hong Kong, a partire dai riferimenti all’edilizia fuori controllo.

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keeper of darknessA cavallo tra horror e commedia rimane anche la seconda incursione di Nick Cheung alla regia. Dopo il deludente Hungry Ghost Ritual (2014), Keeper of Darkness (2015) ripropone l’eterna lotta tra tradizione taoista e spiriti malvagi. Il video divenuto virale di un esorcismo porta una giornalista a cercare di intervistarne il protagonista, ma questi, schivo per natura, non la considera, salvo essere costretto a intervenire da una serie di eventi sovrannaturali guidati da un fantasma in cerca di vendetta. La regia di Cheung rimane schizofrenica e policentrica, con l’indecisione di fondo tra tensione e farsa (le scenette quasi comiche di interazione tra il protagonista e i fantasmi) e l’arco narrativo interrotto da lunghe digressioni esplicative sulle backstory dei personaggi. Il film risulta così incostante e spesso inconsequenziale, ma riesce a intrattenere, grazie soprattutto alle prove attoriali: Nick Cheung si ritaglia naturalmente la parte centrale, caratterizzando al massimo il suo esorcista (capelli bianchi, tatuaggi), come già nei ruoli della maturità che gli hanno portato visibilità (ad esempio Beast Stalker, Dante Lam, 2008). Non sfigurano però neanche la fantasmatica Amber Kuo (nota per la tetralogia di Tiny Times) e il sidekick Louis Cheung. Keeper of Darkness risulta così un’esperienza insieme deludente e sconclusionata, ma anche nostaglica, perché riporta in primo piano un cinema costruito su eccesso ed iperbole che non ha (ancora?) attecchito su suolo cinese continentale.

Rubrica a cura di www.asiaexpress.it

TRAILER KNOCK KNOCK WHO’S THERE?

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