CinemAsia – Il re scimmiotto alla guerra digitale

the monkey king

The Monkey King è un coloratissimo giocattolo spettacolare che parte da “Il viaggio in Occidente” e da un cartone animato degli anni '60 per ridisegnare il live action in chiave digitale. Soi Cheang devia dalle aspirazioni autoriali e si mette al servizio di un film kitsch e sorprendente, straripante e audace: la nuova via al blockbuster cinese è servita. La rubrica è a cura di www.asiaexpress.it

the monkey king

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IL NUOVO SENTIERISELVAGGI21ST #9


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Tra i romanzi fondativi dell'immaginario cinese, Il viaggio in Occidente di Wu Chengen –parte dei “quattro grandi classici” della letteratura cinese insieme a Il romanzo dei tre regni, Il sogno della camera rossa e I briganti – è il più conosciuto e saccheggiato da cinema e televisione.
Con il suo misto di mitologia buddista, filosofia confuciana, istinti taoisti, derivazioni fantastiche e parentesi comiche, è stato trasposto in ogni epoca. A Hong Kong si contano riduzioni di ogni genere fin dagli anni '40, anche se la versione classica più conosciuta, prima delle riletture di Jeff Lau e Stephen Chow negli anni '90, è la trilogia di Ho Meng-hua iniziata con The Monkey Goes West nel 1966, prodotta da Shaw Brothers.

The Monkey King – uscito in Cina a fine gennaio 2014 dopo una laboriosa gestazione di almeno quattro anni – funziona come una sorta di prequel ai fatti centrali del romanzo, ed è largamente debitore di una riduzione animata cinese uscita nel 1964, originariamente divisa in due parti, nota come Uproar in Heaven. Il cartone animato è l'opera più conosciuta di Wan Laiming (1900-1997), padre putativo dell'animazione cinese, e racconta di come il re scimmiotto metta a soqquadro il paradiso celeste. L'opera originale era stata ripensata, ridisegnata, restaurata e trasformata in 3D stereoscopico per un reworking-omaggio uscito nei cinema nel 2012. Questo film procede nello stesso solco allegorico-fantastico, contrapponendosi almeno parzialmente a versioni più umanistico-comiche della storia, come nel caso di Journey to the West: Conquering the Demons, diretto da Stephen Chow e Derek Kowk nel 2013.

the monkey kingIl film si apre illustrando le continue lotte tra spiriti e demoni, con questi ultimi infine sconfitti e banditi dal regno celeste. Le distruzioni della guerra sono sanate dalla dea Nuwa, che si immola per ridare bellezza al mondo (sarà un caso, ma è interpretata in un breve cameo da Miss Mondo 2007, Zhang Zilin). Da un cristallo staccatosi del suo corpo e caduto in terra, sul monte Hugaguo, nasce uno scimmiotto. La dea della misericordia Guanyin chiede al saggio immortale Puti di accogliere l'indisciplinato giovane tra le sue fila. Il maestro dà nome Sun Wukong allo scimmiotto e gli insegna i suoi segreti, ma questi, pur enormemente dotato, è totalmente inaffidabile. Puti è suo malgrado costretto ad allontanarlo. Le peregrinazioni di Sun lo portano a incrociare la strada con il re dei demoni cacciati dal regno celeste, in una progressione destinata a creare scompigli e cataclismi.

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Con un budget di oltre 500 milioni di yuen, The Monkey King si getta senza remore nel territorio del fantastico, sfruttando la cgi in chiave immaginifico-liberatoria. Il 98% del montato finale presenta ritocchi digitali, in un amalgama difficilmente scindibile in cui la parte attoriale-materica risulta schiacciata e quasi scompare, in modo ancora più smaccato rispetto a Flying Swords of Dragon Gate (Tsui Hark, 2011). Soi Cheang – talentuoso regista hongkonghese della generazione post-handover, alla sua prima esperienza con un budget così elevato e con così tanta tecnologia digitale – sfrutta l'opportunità per dare vita a un mondo fantasy rigoglioso, colorato, ricco di dettagli, tarato su un pubblico giovanissimo (lo testimoniano tutta la serie di animaletti antropomorfi paciosi che fanno da contorno), che non ha paura di apparire kitsch ed esagerato. Draghi multiformi, devastazioni, duelli volanti, scene di massa e paesaggi arcadici sono affastellati secondo una logica dell'accumulo capace di permeare la visione, fino allo stordimento: un rischio calcolato, che trascina lo spettatore in un mondo totalmente altro.

the monkey kingIl protagonista assoluto, nel ruolo dello scimmiotto impertinente, è Donnie Yen, artista marziale di fama mondiale, reduce dai successi della saga di Ip Man (Wilson Yip, 2008), meraviglioso cinquantenne che qui non sfigura come giovinastro combina guai, soprattutto in virtù di effetti digitali e prostetici elaborati, che gli ricoprono quasi interamente il corpo. Yen si diverte a mimare le movenze delle scimmie, soprattutto nel modo di muovere la bocca e gli arti, ma soprattutto sfrutta le arti marziali per dare ariosità a bricconerie e combattimenti del suo personaggio. Le coreografie dei corpi sono comunque assoggettate alle ricostruzioni digitali, in questo perdendo parte del loro fascino acrobatico. Gli altri attori, specialmente i co-protagonisti Chow Yun-fat e Aaron Kowk, hanno ruoli più statici, e scontano un approccio ieratico ai dialoghi, con parole snocciolate con sguardo spento in mezzo agli onnipresenti green screen.

A livello stilistico e narrativo Soi Cheang desiste dall'inserire segni tangibili autoriali, così come non si nota in modo evidente la presenza produttiva di Kiefer Liu, alias Ah Gan, regista di farse episodiche come Big Movie (2006) e Don Quixote (2010). The Monkey King da questo punto di vista è un blockbuster compiuto, nato e progettato come tale, che sfrutta maestranze hongkonghesi, star pan-cinesi e capitali in maggioranza cinesi per scontrarsi ad armi pari con Hollywood. Uno scontro vinto, almeno sul mercato interno, dove il film ha sfondato il muro del miliardo di yuen guadagnati, terzo film cinese della storia a riuscire nell'impresa (dopo la commedia Lost in Thailand e proprio il già citato Journey to the West). Un successo annunciato che ha portato alla conferma di un seguito, in uscita nel 2016. Sbilanciato verso l'intrattenimento escapista – nonostante al fondo rimanga l'irrisione della staticità gerarchica governativa celeste per mezzo di un protagonista antropomorfo che è chiara rappresentazione del cinese comune – The Monkey King ha una resa altalenante: la cgi non è mai ripulita, e talvolta lascia la sensazione di un gioco per console di vecchia generazione, e l'alternanza di scene comiche e combattimenti alla lunga si sfibra. D'altro canto la costruzione di un mondo altro, affondato nell'immaginario cinese, è avvolgente, e lo sforzo produttivo rifinito. Il film rappresenta così l'ulteriore elaborazione di una strategia di comunicazione della nuova grandeur (pan)cinese che presto riuscirà a espandersi anche all'estero (già qui è prevista una distribuzione statunitense, per l'autunno 2014).

 

 

La rubrica è a cura di www.asiaexpress.it

 

 

IL TRAILER

 

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