CinemAsia – La Cina delle donne (con pistole)

angel warriors

Angel Warriors e Ameera provano a ricontestualizzare il sottogenere 'women-with-guns' nel rigido mercato cinese. Gli elementi replicati tanto dal cinema hongkonghese e hollywoodiano si accartocciano in un coacervo ancora confuso, ma sono il segno di un'industria che sta velocemente assimilando le strutture mentali del cinema di genere. La rubrica è a cura di www.asiaexpress.it

ameeraL'accoppiata “donne e pistole”, al cinema, ha spesso significato una rilettura al femminile degli stereotipi dell'action più machista, non in chiave femminista, bensì sessista, con i corpi in movimento delle eroine in qualche modo eroticizzati dal prolungamento freudiano-fallico delle armi da fuoco per alimentare fantasie maschili. Un sottogenere esploso non casualmente negli anni '80, sull'onda lunga del successo della serie tv Charlie's Angels (1976) e del fantascientifico Alien (Ridley Scott, 1979), con l'emblematico duello finale tra il mostro alieno e Sigourney Weaver. Le derivazioni da b-movie, magari virate verso l'exploitation, sono fiorite tanto in Occidente come in Asia – soprattutto in Giappone, poi a Hong Kong.

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Nell'ex colonia britannica il sottogenere ha trovato terreno fertile mixandosi con le eroine classiche del wuxia e del gongfu. Il primo successo eclatante – ma predecessori c'erano già stati fin dagli anni '70 – è stato Yes, Madam! (1985), di Corey Yuen, che ha lanciato la stella di Michelle Yeoh, subito seguito da rivisitazioni continue, come nelle fortunate saghe iniziate da Angel (Teresa Woo, 1987) e The Inspector Wears Skirts (Wellson Chin, 1988). Con Nikita (Luc Besson, 1990) il sottogenere si è infine standardizzato, e ormai torna a riaffacciarsi a periodi alterni.

angel warriorsIl mercato della Cina popolare, con il suo complicato e stratificato sistema produttivo, era sostanzialmente rimasto impermeabile all'influenza. Eroine forti in contesti action non sono mai mancate, perlomeno dall'allentamento della chiusura autarchica promosso da Deng Xiaponing a fine anni '70 (si veda la riapertura della gloriosa Beijing Film Academy nel 1978), come dimostrano pellicole come The Magic Legs (Li Wenhua, 1988). Solo nel nuovo millennio c'è però stato un deciso e consapevole riorientamento dell'industria cinematografica verso i film di genere e commerciali. In questa caotica rincorsa (CinemAsia ne ha parlato di recente a proposito dell'horror e delle commedie romantiche si affaccia ora anche il tassello exploitation delle “donne con pistole”. In qualche modo si tratta di un azzardo, vista la politica distributiva che non prevede distinzioni e categorie per il pubblico, per cui i film devono essere “per tutti”, sempre e comunque, senza divieti o “vietato ai minori”.

Per questo è interessante osservare prodotti come Angel Warriors (Fu Huayang, 2013) o Ameera (Xiao Hsu, 2014): non per le loro qualità artistiche, nulle se non deleterie, né per le invenzioni fuori registro, considerata la loro scoperta semplicità di fondo, ma perché raccontano della pressante trasformazione del cinema commerciale cinese nel suo farsi. Una progressione tanto quantitativa che qualitativa, che sta velocemente inglobando generi e sottogeneri del cinema hollywoodiano e asiatico per rielaborarli. Una riappropriazione che al momento è ancora traballante, e spesso si limita a una imitazione pedissequa, priva dei necessari riferimenti postmoderni e della fondamentale ironia, ma che da qui a qualche anno potrebbe portare a molte sorprese.

ameeraIn questo senso Angel Warriors e Ameera sono emblematici: il primo strizza l'occhio ai vecchi prodotti hongkonghesi, con un gruppo di eroine sperdute nella foresta alle prese con tribù locali e commando di malavitosi, il secondo depreda i gimmicks tecnologici di Hollywood, con una agente segreta impegnata dal rapimento della propria famiglia. Angel Warriors scorre con un certo brio, insipido e non ispirato, verso il frastornante duello finale, mentre Ameera rimane un accumulo insensato di scene madri farcite di pessima Cgi. Eppure entrambi sembrano costruiti per spingere poco più in là i limiti del mostrabile all'interno del mercato cinese: le cinque protagoniste di Angel Warriors – tra cui Yu Nan, nota in Occidente per ruoli più compassati nei film di Wang Quan-an come Il matrimonio di Tuya (2006) – e l'eroina di Ameera ammiccano e si muovono sinuose, strette in abiti che vanno contro qualsiasi logica di stile o comodità, se non quella exploitation. Così, senza bisogno di nudi o scene di sesso (in Ameera ci sono giusto un paio di casti baci), i due film iniziano un discorso di sessualizzazione dei corpi nel cinema di genere, con le corse al ralenti di Angel Warriors o i seni prorompenti della protagonista di Ameera, Patricia Hu, costantemente – e consapevolmente – in primo piano (tanto da attrarre gli sguardi dei co-protagonisti e persino le loro battute). I due film prendono a piene mani dall'immaginario ormai globalizzato dei film d'azione: Angel Warriors presenta le protagoniste con brevi inserti animati, proprio come Kill Bill – Volume 1 (Quentin Tarantino, 2003), mentre Ameera si lancia in scene esplosive che ricalcano l'estro ridanciano di McG o il lusso hi-tech di Michael Bay. I risultati sono ancora inconcludenti, stonati, ma possono servire per creare un retroterra condiviso che porti a rielaborazioni più sentite, capaci di aggiungere nuovi tasselli all'immaginario degli action femminili, magari recuperando la grazia dei wuxia e la rabbia dei gongfu passati.

 

La rubrica è a cura di www.asiaexpress.it

 

IL TRAILER DI AMEERA

 

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