CineMondo – "Alsateh", di Kamal Aljafari

Il tetto del titolo è quello sotto il quale torna il protagonista, a Ramla, città contesa per la sua posizione strategica, conquistata dagli israeliani nel 1948. Un tempo Palestina, ora Israele.

La storia che cerca di ripercorrere è la storia della sua famiglia, delle partenze, degli esodi forzati, delle morti. Cerca la narrativa dove non c’è, e non fa niente per sforzarsi di crearla. Non c’è infatti traccia di narrazione, non c’è nemmeno un vero tentativo di recupero del passato.

Frammentato come le strade polverose che attraversa, Alsateh è un documentario atipico, che usa la forma televisiva in modo anti-narrativo e anti-spettacolare. Non è un’inchiesta giornalistica, non è un atto di denuncia. Non è nemmeno una dichiarazione politica. Difficile da definire, a tratti scostante per l’assoluta mancanza di coerenza consequenziale. Ci sono volti, storie spezzate, che si sfiorano l’una con l’altra ma non si toccano mai. Ci sono muri paradossali, ancora in costruzione. Ci sono ricordi di prigionia, e amici fuggiti in Libano e in Siria. Famiglie che restano all’improvviso in case distrutte dai bulldozer.

Frammenti che non diventano mai storie, restano diaspore narrative. Brandelli.

Per questo il film di Kamal Aljafari è destabilizzante: in fondo ci si aspetta sempre una storia compiuta, un caso particolare che serva a spiegare tutta l’illogica situazione. Non è così, forse perché semplicemente è impossibile spiegare.

Il passato è la terra straniera di Aljafari, ed è il presente dell’identità palestinese. Alsateh è il tentativo coraggioso di raccontare una terra sommersa e la sua identità incredula e vagante con un linguaggio coraggiosamente non accattivante.