City of Crime, di Brian Kirk

Ha il look di un poliziesco vecchia scuola. Con l’azione che si svolge in poco più di 12 ore, dal pomeriggio alla mattina dopo. Tutto in una notte. Con l’immaginario visivo che rielabora un’estetica del genere tra gli anni ’80 e ’90. Quasi immagini videoclip con le luci al neon, la pioggia, l’asfalto bagnato e la ‘paura su Manhattan’. New York è ancora il centro nevralgico che, teoricamente, dovrebbe non solo contenere la storia, ma diventare un altro personaggio attivo. E i modelli classici possono essere diversi. Dalle fughe di Friedkin di Il braccio violento della legge all’assedio di Lumet di Quel pomeriggio di un giorno da cani.

Prima c’è un prologo. Il funerale del padre di Andre Davis, ucciso quando il protagonista era ancora bambino. E qualcosa forse già non torna. Anche in un momento intimo, il dolore appare sovraccaricato. Ciò è evidente dai primi piani in chiesa sul ragazzino e la madre, sulle inquadrature dall’alto che anticipano già un metodo di filmare la metropoli come stacchi provvisori dall’azione e per rimarcare l’isolamento dello spazio. Dopo molti anni Andre è diventato un detective del Dipartimento di New York preso di mira dagli Affari Interni perché usa troppo spesso il grilletto e per i suoi metodi al limite della legge. Nella notte due criminali, uno reduce dalla guerra in Medio Oriente l’altro congedato con disonore, rubano quasi 50 kg di cocaina in un ristorante e uccidono alcuni poliziotti. Inizia così per Andre una caccia all’uomo sensa sosta e viene affiancato dalla detective della narcotici Frankie Burns (Sienna Miller). E per evitare che i killer escano da Manhattan, vengono chiusi tutti i 21 ponti sull’isola.

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Sulla carta tutti gli elementi potevano funzionare. Ma tutti i dubbi sul prologo, invece di attenuarsi, si amplificano a dismisura. City of Crime cerca forse un incrocio tra il poliziesco classico e l’estetica del film Marvel. Con i fratelli Russo che sono anche tra i produttori assieme al protagonista Chadwick Boseman che sembra metaforicamente tirare fuori gli artigli come il suo personaggio di Black Panther. Ma la confusione aumenta. Complice la sceneggiatura di Adam Mervis e Matthew Michael Carnahan (che aveva lavorato ben diversamente in The Kingdom e State of Play) che amplifica i dialoghi (“inondiamo l’isola di blu” per circondare Manhattan di auto della polizia), che non lascia respirare i personaggi neanche per un secondo, che non riesce a trattenere la suspence per un tempo maggiore come nel caso del killer sopravvissuto che si taglia la barba e si cambia i vestiti per non farsi riconoscere. In più, riprende alcuni situazioni del poliziesco, come quello della fuga in metropolitana, ma sembrano solo imitazioni venute male. Non doveva essere necessariamente un cinema ‘black’. Quindi mettiamo pure da parte John Singleton e Antoine Fuqua. Ma se si pensa che poco più di dieci anni fa una caccia all’uomo poteva essere risolta come aveva fatto Richard Donner in Solo 2 ore viene un po’ di tristezza. L’irlandese Brian Kirk viene dalla televisione; è il creatore della serie Luther e ha diretto, tra gli altri, alcuni episodi di Father & Son, Il trono di spade e Penny Dreadful. E sembra affidarsi soprattutto all’estetica di Paul Cameron, il direttore della fotografia di Collateral. Ma City of Crime appare come un poliziesco rozzo, composto prevalentemente da sparatorie come unico mezzo per risolvere ogni conflitto narrativo e cinematografico, che stampa sui volti di Sienna Miller, J.K. Simmons e Taylor Kitsch due espressioni al massimo. Un compito svogliato e venuto male. Forse una serie tv compressa a forza dentro la durata di un film. E la crisi del poliziesco nel cinema statunitense si accentua.

 

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Titolo originale: 21 Bridges
Regia: Brian Kirk
Interpreti: Chadwick Boseman, Sienna Miller, J. K. Simmons, Taylor Kitsch, Stephan James, Keith David
Distribuzione: Universal Pictures/Lucky Red
Durata: 99′
Origine: USA, 2019

 

 

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
1.5

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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