City of Lies – L’ora della verità, di Brad Furnam

Le ripetute traversie produttive e distributive del film di Furnam, a quanto si dice figlie della difficile gestione delle condizioni altalenanti di Johnny Depp sul set, non sono probabilmente la causa effettiva del risultato spompatissimo ottenuto dal regista con questo City of Lies – il rimpianto principale resta che un lavoro così poco ispirato come questo abbia soffiato una storia potenzialmente esplosiva come il “LAbyrinth” (prima sillaba maiuscola come le iniziali di Los Angeles), dal nome del reportage di partenza a firma di Randall Sullivan, sulla cospirazione dei poteri forti innescata a copertura dei reali esecutori dell’omicidio di Notorious B.I.G. nel marzo 1997, su sui Sylvester Stallone ha più volte dichiarato negli anni di stare assemblando uno script (a conferma del forte link tra l’epica stalloniana e la black culture, sublimata nei due Creed). Un ritorno alle atmosfere di Cop Land, magari, che il Russell Poole di Depp non riesce mai neppure a lambire, impegnato a trascinarsi dietro un’indagine che il film racconta con il piglio anonimo di un serial di lusso in stile CSI: la messinscena dell’universo delle gang e della guerra delle etichette hip hop tra le due coste mantiene infatti quel tasso di generica approssimazione con cui quelle produzioni televisive approcciano la street attitude, e davvero Poole potrebbe stare indagando su qualsiasi altro crimine degli anni ’90, per quanto poco City of Lies centri il racconto dell’epoca.

Nonostante gli evidenti sforzi di contestualizzazione, tra il repertorio sulla “battle of Los Angeles” e i ripetuti riferimenti al clima di tensione post-Rodney King e O.J. Simpson, Furnam s’incarta dunque ben presto nel ritratto di un uomo sconfitto dalla vita e prigioniero del suo appartamento costruito letteralmente intorno alle scartoffie e agli appunti sui muri della sua teoria del complotto, e della sua amicizia, 20 anni dopo il caso Christopher Wallace, con un giornalista deciso a riaprire l’indagine. Depp e Forest Whitaker, nel ruolo del reporter, non riescono però ad imprimere al rapporto tra i due personaggi quella scintilla di umanità ed empatia che possa combattere il grigiore dell’operazione (non a caso il montaggio ha bisogno di un continuo ricorso a casuali e intermittenti voice over che provano a sostenere il fascino latente delle immagini), e così non rimane che affidarsi al meccanismo del giallo.
In questo campo, Furnam e lo sceneggiatore Christian Contreras si giocano la carta della struttura ad incastro alla James Ellroy, con evento scatenante in apparenza non eclatante (una lite tra due automobilisti con armi coinvolte), slittamenti temporali tra flashback e presente, selva di figure secondarie ritornanti e mai davvero innocue, e ossessione crescente per il mistero da risolvere, fino alle estreme conseguenze per i protagonisti.
Puntare così in alto finisce però per aumentare solo la frustrazione nei confronti di un impianto che non è in grado di supportare il peso dell’affresco neanche quando ricorre allo straordinario repertorio musicale del periodo.