Clandestini nel silenzio della vita: "Ferro 3" (Binjip), di Kim Ki-duk

Presente e trasparente, sempre più leggero e infrangibile, eppure immancabilmente ancorato alla realtà, dentro/fuori un mondo al quale disappartiene per scelta e necessità: Kim Ki-duk giunse "a sorpresa" nel concorso di Venezia 61 con un nuovo capolavoro, Binjip ("Three Irons"), conferma di un talento che produce a ritmo battente opere straordinarie, sempre coerenti con l'universo poetico di questo grande regista sudcoreano, fatto di lucida disperazione e sereno distacco dalla realtà. Dopo Primavera, estate, autunno, inverno e l'amarissimo Samaria, Kim Ki-duk elabora un'opera definitivamente sospesa tra la concretezza del mondo reale e l'astrazione di una realtà interiore che ridisegna le coordinate dell'esistere sulla libertà spirituale di personaggi sradicati e assoluti. Binjip racconta la parabola di una estraneità che si scopre identità, disincarnandosi nella storia di un ragazzo che attraversa i sobborghi di Seoul abitando clandestinamente le case momentaneamente lasciate libere dalle famiglie in vacanza: entra, mette ordine, lava la biancheria e la mette ad asciugare, cucina, fa il bagno, guarda le foto, dorme, ripara gli oggetti guasti… Insomma "vive" la sua vita nella vita altrui, ombra presente all'assenza degli altri, presa in una ritualità silenziosa e confidente fatta di gesti che disegnano una storia quotidiana occupando la "vacanza" dei legittimi proprietari di quelle case. Non dice una parola, questo ragazzo, né mai la dirà per tutta la durata del film, neanche quando porterà via con sé una giovane donna che ha incontrato in una di queste case, moglie infelice (e malmenata) di un ricco e insensibile marito che gioca a golf in giardino, con la quale condividerà il silenzio di un amore sospinto di casa in casa, basato su una comunicazione inscritta nella solitudine che si sposa alla comprensione reciproca, nella sfera di una solidarietà che emana emozioni e traduce la vicinanza in sentimenti.


L'unità di due corpi in fuga dalla realtà – chiave d'accesso a un amore altrimenti in conoscibile in tutto il cinema di Kim Ki-duk – si traduce in una gestualità astratta dal mondo, sempre più ideale e assoluta, sospesa sulla fuga prospettica di un agire che disegna atti opachi ma necessari, scontornato nel vuoto pneumatico di un mondo distratto e violento. Quando poi la polizia intercetta i due clandestini, l'unità si disperde fisicamente, ma non spiritualmente: la donna viene restituita all'arrogante marito, e al ragazzo, che finisce in cella, non resta che distaccarsi dal corpo, rendersi sempre più fantasma, idea di una trasparenza dello spirito che si libera dalle mura della prigione in una "evasione" tutta spirituale che gli permette di tornare ad abitare la casa della sua amata, fantasma persistente e invisibile col quale la donna convivrà, ritrovando il sorriso della felicità. Trovata geniale di un regista che ormai ha talmente slargato il canale di connessione tra la l'essere e l'esistere da disperdere in esso ogni rancore possibile: i personaggi di Kim Ki-duk si annullano ormai nella dolcezza di un'idea che travalica il mondo, pulsione zen di una rabbia che non ha più corpo attraverso il quale esprimersi. Binjip è l'atto estremo di un cammino che ci riserverà ancora molte sorprese…

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