Clara Sola, di Nathalie Álvarez Mesén

Il film sa gestire il tema della primitiva sensibilità della sua protagonista e non fa l’errore di spiegare ciò che non è narrabile. In Concorso

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Clara è la direzione nella quale la forza della Terra, le sue energie segrete e magnetiche convergono e si manifestano. Clara, che vive con la madre e la sorella ai margini della foresta pluviale, sembra assorbire proprio dagli elementi invisibili di quell’ambiente la vitalità che le permette non solo di superare le sue disabilità, ma di essere il medium tra il mondo degli uomini e quello della natura, degli animali, degli insetti e delle piante. Ma pochi, o quasi nessuno, sanno riconoscere questa sua forza superiore e segreta e pensano che Clara sia soltanto una donna malata e un poco ritardata da proteggere e da deciderne ogni scelta di vita aldilà dei suoi bisogni e desideri. L’unico che sembra riconoscere questa sua forza originaria è Esteban, il ragazzo della sorella, con il quale istituisce un rapporto più profondo, ma non così profondo come con Yuki, la sua cavalla e unica amica. Clara sa anche che ognuno di noi ha un nome segreto assegnato dalla nascita e il suo è Sola.
Nathalie Alvarez Mésen, che si divide tra due nazionalità la Svezia, il paese di nascita, e il Costarica delle sue origini familiari, in questo suo esordio in concorso al Torino Film Festival, sembra proprio volere identificare le sue origini. Clara Sola è il film che le permette di radicare la sua identità in quella congerie di leggi ed elementi, in quel caotico disordine naturale dentro il quale prolifera la sensibilità a continuo contatto con una natura rigogliosa e incontrollabile come quella che avvolge la vita della protagonista. Clara assorbe e rimanda indietro, assorbe dalla natura la vita e la tesaurizza per utilizzarla come una fonte di inesauribile energia. È dentro quel corpo solo fisicamente deformato, ma più che perfetto nel suo effettivo funzionamento, che si manifestano le qualità taumaturgiche di una terra di cui si avvertono solo i sussulti esteriori, i fremiti visibili e di cui, invece, Clara avverte i tremori più profondi, percepisce i brividi che la attraversano. Alvarez Mésen non si abbandona al facile realismo magico delle sue terre d’origine, non manifesta con la facile evidenza degli effetti speciali la forza che Clara possiede e che la rende profondamente diversamente abile, di quella abilità vera che le consente di essere in consonanza con un mondo segreto e invisibile, in altre parole quella inspiegabile capacità di essere un ideale prolungamento delle profonde forze terrestri che pochi possiedono. La credenza popolare, alimentata dai racconti della madre, vuole vedere nella diversità di Clara un misticismo visionario di comodo che giustifica la sua diversità, raccontando di come Clara sia capace di essere in contatto con la Madonna. Un misticismo che in realtà la donna non vive e non le appartiene, tanto coercitivo da farle compiere un gesto quasi blasfemo dando fuoco alla statua della Madonna.
Il film che sa gestire il tema della primitiva sensibilità della sua protagonista, non fa l’errore di spiegare, di raccontare ciò che non è narrabile, affidandosi interamente alla sua protagonista cui dà volto l’efficace Wendy Chinchilla Araya. Si affida al corpo di Clara, solo deformato dalla scoliosi, che non ha bisogno di cure perché conosce, da guaritrice, il potere taumaturgico della forza profonda della Terra, quella che sa rimarginare le ferite e guarire ogni malattia, restituendo ogni corpo alla sua originaria bellezza. Ma il destino di Clara è quello di una solitudine senza soluzione ed è in questa assoluta solitudine, insieme alla sua cavalla scomparsa, ma che vive nella sua visione olistica delle cose del mondo, che le immagini la lasciano per restituirla a quel fascino invisibile a tutti e di cui Clara conosce, probabilmente, l’origine.

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La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
3
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