Cobra Kai, di Hurwitz, Schlossberg e Heald

il sequel/spin-off di Karate Kid è la “versione di Johnny Lawrence”, un cattivo anni 80 emblema di un decennio che, riletto oggi, suscita ancora emozioni contrastanti. La terza stagione è su Netflix

Gli anni Dieci sono stati senza ombra di dubbio il grande decennio della Nostalgia. Una nostalgia per mondi e tempi non vissuti direttamente ma attraverso un immaginario leggero e ingenuo che, a una generazione presa in mezzo tra la crisi della bolla economica immobiliare e la pandemia del 2020, appare un Eden incontaminato, anche quando sia popolato di mostri, come ha dimostrato l’aurifero filone di Stranger Things. A questo malinconico afflato, tradotto subito dal business dell’entertainment in sequel, prequel e reboot dei grandi cult degli anni Ottanta e Novanta, negli ultimi anni si è però sommato uno spirito nuovo, che immaginiamo ci farà compagnia nei nuovi “Roaring Twenties”, animato da un furore giacobino che vuol mettere a ferro e fuoco schemi mentali e ideologici di quello stesso passato. Ecco allora il paradosso della nuova serialità: come coniugare nostalgia e rifondazione culturale? Come riportare in auge i classici di quella generazione attualizzandoli a una mutata sensibilità? Come saranno diventati oggi le Andie e i Duckie, i Ferris e i Cameron di John Hughes? “Quando cresci il cuore muore” diceva l’Ally Sheedy di The Breakfast Club, film-manifesto di un’epoca (e di un autore) destinati a rimanere per sempre giovani, lasciandoci immaginare con orrore il mondo che li avrebbe visti crescere e omologarsi ai loro genitori. E cosa ne sarà stato dei villain di quelle stesse saghe? Dei bulli che terrorizzavano gli eroi indifesi in cui identificarci in quei perfetti coming of age pop?

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Cobra Kai dà temerariamente risposta a queste domande. Trentaquattro anni dopo l’epica rivincita del piccolo Daniel-San e del tenero ma implacabile maestro Miyagi sul biondo senza cuore allenato dal feroce Sensai John Kreese, il trio composto da Jon Hurwitz, Hayden Schlossberg e Josh Heald ritorna al personaggio meramente funzionale di Johnny Lawrence per farne l’epicentro emotivo di una nuova storia. Cobra Kai è la Versione di Johnny, di un cattivo diventato loser ed emblema di un decennio che, riletto oggi, non smette di suscitare emozioni contrastanti. Riprendendo la geniale intuizione degli autori di How I met your mother , che avevano eletto William Zabka, l’interprete di Johnny, ad attore di culto del dissacrante Barney Stinson “In Karate Kid io tifavo per il vero karate kid, Johnny Lawrence, di certo non per quello sfigato magrolino del New Jersey che sa a malapena cos’è il karate”, nel 2018 i tre showrunner decidono di assegnare un destino al “biondo cattivo” e di raccontare per il canale Youtube Premier l’altro karate kid, ripercorrendo gli eventi noti dal suo punto di vista, diventati una vera e propria hit non appena il colosso Netflix lo ha acquisito e riproposto nel suo catalogo a inizio 2020.

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Con qualche licenza poetica – si fatica a capire come un ragazzotto benestante dell’Encino reaganiana possa finire a fare l’handyman nelle periferie losangeline – il calcio della gru sferrato da Ralph Macchio pare invertire à la Freaky Friday le loro rotte e Johnny si ritrova ancora al tappeto, costretto come in un infinito giorno della marmotta a risvegliarsi tra bottiglie di birra vuote mentre il suo rivale prospera e diventa sia un devoto family man sia un uomo d’affari di successo, che dai tempi delle auto anni 50 lucidate per il maestro Miyagi ha saputo costruire un piccolo impero. Ma la storia si ripete e l’incontro casuale con un nuovo adolescente mingherlino vittima di ricchi bulli diventa per Johnny un’occasione di riscatto e confronto con la sua nemesi.

Ed è in questo mutato contesto che gli anni Ottanta si scontrano con il Duemila-quasi-venti: le massime di machismo impartite nel Dojo Cobra Kai originale stridono con la parlantina politicamente corretta di questi nuovi giovanissimi nerd, consapevoli che per quanto la vita possa essere dura nella mensa scolastica, saranno poi i bulli a lavorare per loro, come nell’eterno ritorno Biff-McFly.
Il sequel/spin off ragiona sull’eredità dei protagonisti originali e se Daniel La Russo è il personaggio integrato nel presente, Johnny appare invece intrappolato nel decennio dell’edonismo. Il suo mondo interamente analogico, pre-internet, pre-social è una divertente fonte di gag ma anche una prospettiva tenera che racconta l’ingenuità di quegli anni e li assolve, in un certo senso, per le loro colpe. È in questo che Cobra Kai va oltre la mera operazione nostalgia e lavora, seppur all’interno di schemi narrativi in larga parte prevedibili, come il raddoppiamento incrociato padri/figli tra Johnny-Miguel e Daniel-Robbie, su un incessante confronto critico tra l’attualità e un passato tanto mitizzato quanto rinnegato. Rispetto alle riletture razionali e fuori contesto oggi tanto in voga che criminalizzano film come Una poltrona per due, Hurwitz, Schlossberg e Heald sono chiaramente dalla parte degli anni Ottanta. Così i piccoli karateki del loro Cobra Kai appaiono molto più spietati degli scheletri che inseguivano Daniel con le loro moto da cross e che oggi ritroviamo invecchiati, pentiti, boomer sconfitti da un futuro che allora sembrava non dover arrivare mai: l’episodio con l’ultimo viaggio del vecchio gruppo dei Cobra Kai 80s ha vette di malinconia inarrivabili. Il manicheismo di quel cinema per ragazzi, con i suoi villain parossistici, si spezza e si frammenta nel presente, disseminando Bene e Male tra tutti i personaggi ma si finisce per avere la sensazione che anche i nostri Buoni, oggi, così corretti e anestetizzati, siano più pericolosi dei Cattivi di allora.

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
4

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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Il voto dei lettori
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