Cocktail, di Roger Donaldson

“Vorrei provare l’orgasmo, per piacere”

(Gina Gershon mentre ordina da bere a Tom Cruise nel locale in Cocktail)

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La seduzione e l’inganno. Nel caso di Cocktail si è ripetuto due volte. La prima è successa quando il film è uscito in sala nel 1988. L’altra, più di 30 anni dopo. Succede spesso, con pellicole degli anni ’80, che il ricordo tende a manipolare il film. Lo rende più bello o più brutto. Difficilmente siamo oggettivi con la nostra memoria. Nel caso di Cocktail si era quasi sicuri di poterlo rivalutare. Innanzitutto la seduzione, si diceva, con quella luce rosa dell’insegna del locale che è anche il segno ricorrente di quelle immagini patinati, da videoclip, della fotografia di Dean Semler che potrebbe guardare dalle parti del cinema di Adrian Lyne. Poi la regia di Roger Donaldson, che proprio l’anno prima aveva realizzato il suo miglior film, Senza via di scampo. Abbiamo scoperto poi nel 2000, dopo Thirteen Days, che il cineasta ha dato il meglio ogni volta che ha lavorato con Kevin Costner. Infine Tom Cruise, che aveva rivelato in pieno il suo talento con Rain Man. Poi l’inganno, la delusione cocente. Oggi più di allora. Perché il vuoto esistenziale che vuole mostrare dietro l’apparenza è prima di tutto un vuoto di idee. Poteva essere un film sul sogno americano degli anni ’80. Ma in realtà è schiavo di Tom Cruise, che ruba la scena e ripropone la gestualità di Il colore dei soldi. Brian Flanagan di Cocktail è la reincarnazione di Vincent del film di Scorsese. Stavolta le stecche da biliardi sono i bicchieri e gli alcolici del bar. C’è lo stesso rapporto tra il corpo e gli oggetti e un’euforia simile, tutta di facciata.

Brian arriva a New York e ha grandi sogni nel cassetto. Cerca fortuna nel mondo della finanza e della pubblicità. Ma a Wall Street sono ci sono solo rifiuti e porte sbattute in faccia. Trova lavoro in un modesto locale gestito da Doug (Bryan Brown). I due, in breve tempo diventano i barman più famosi dell’Upper East Side di Manhattan. La loro amicizia va in crisi a causa di una donna e lui si trasferisce in Giamaica. Lì incontra Jordan (Elisabeth Shue) e se ne innamora. Poi, a causa di una scommessa, seduce una donna piena di soldi. Nel frattempo ricompare nella sua vita anche Doug.

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Tratto dal libro di Heywood Gould, anche autore della sceneggiatura, parte come un film teenager nostalgico con la corsa in macchina verso il pullman. Poi Cocktail diventa una specie di compilation in cui le immagini del film seguono le canzoni (ci sono, tra gli altri, anche Tutti-Frutti di Little Richard, Kokomo dei Beach Boys e la versione di All Shook Up di Ry Cooder) che detta il ritmo anche dentro il locale dove Brian e Doug ballano mentre servono i cocktail. Ci sono pericolose virate alla De Palma in un cinema senza respiro, schiavo del narcisismo dei suo protagonisti che non sa gestire la ‘maladie d’amour’ del suo protagonista né raccontare l’impossibile ricerca della felicità sua e del suo amico. La scena in cui Brian si confronta con il padre o il momento in cui la ricca moglie di Doug gli chiede di accompagnarlo, sono due falliti tentativi per mostrare la dignità del protagonista. Tutto è appariscente, inultilmente esaltato. E i brevi lampi di autenticità (Brian che guarda fuori dal locale dove lavora Jordan, la camminata all’alba prima della tragedia) vengono presto soffocati.

È stato uno dei trionfatori ai Razzie Awards del 1989 (peggior film e sceneggiatura) e anche Donaldson e Cruise erano andati in nomination. Al botteghino però le cose sono andate diversamente. Con un budget di circa 20 milioni di dollari, ne ha incassati circa 171 di cui quasi 12 dopo il primo weekend.

 

Titolo originale: id.
Regia: Roger Donaldson
Interpreti: Tom Cruise, Bryan Brown, Elisabeth Shue, Kelly Lynch, Gina Gershon, Ron Dean, Lisa Banes
Durata: 104′
Origine: USA, 1988

La valutazione del film di Sentieri Selvaggi
2

Il voto al film è a cura di Simone Emiliani

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