Come John Wick ha reso Roma la capitale notturna dell’action

Da James Bond a John Wick, da Dominic Toretto ad Ethan Hunt (2 volte) Roma è diventata il centro della cristianità action. Ma è John Wick – Capitolo 2 ad averne esplorato la dimensione ctonia

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BANDO BORSE DI STUDIO IN CRITICA, SCENEGGIATURA, FILMMAKING

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Vanno verso le Terme di Caracalla/giovani amici, a cavalcioni/di Rumi o Ducati, con maschile/pudore e maschile impudicizia,/nelle pieghe calde dei calzoni/nascondendo indifferenti, o scoprendo,/il segreto delle loro erezioni…/”. Nella poesia “Verso le terme di Caracalla”, con un détournement che sarebbe benissimo potuto entrare all’interno del film, Pier Paolo Pasolini sembra raccontare l’arrivo degli sgherri di Gianna D’Antonio (Claudia Gerini) nel luogo dove il membro della Tavola e leader della Camorra deve sbrigare un importante affare proprio all’ombra di uno dei monumenti più straordinari e meglio conservati dell’Impero romano. In John Wick – Capitolo 2 noi non vediamo però questo poetico arrivo bensì la preparazione più prosaica dell’eponimo protagonista della pellicola diretta da Chad Stahelski che mette in atto nel cunicolo di dedali fintamente colleganti le terme e gli Horti Sallustiani lo strategico posizionamento del menu di armi precedentemente somministrategli dal sommelier in quella che resta una delle migliori scene della saga. L’Italia, si sa, è terra di cibo, alta moda ed armi e quindi il laconico sicario approfitta della sua escursione romana, fatta per mantenere fede al pegno impostogli da Santino D’Antonio (Riccardo Scamarcio), per rifarsi in primis il guardaroba – proprio in questo film vengono finalmente gettate le basi per motivare anche diegeticamente gli eccessi del Gun-fu con la spiegazione di abiti attillati e tagliati su misura che assorbono l’urto delle pallottole come fossero antiestetici giubbini – ed appunto farsi consigliare una raffinata portata di piatti metallici atti ad uccidere i proprio commensali con grezza polvere da sparo più che qualche sofisticato veleno. Ma oltre la superficie di questa divertita e divertente riscrittura dei luoghi comuni che continuano a fare la sostanza del Belpaese negli Studios è davvero innegabile che John Wick – Capitolo 2 abbia contribuito ad eleggere la capitale italiana come centro mondiale della cristianità action. D’altronde era già stato Julius, il proprietario del Continental romano interpretato da un carismatico Franco Nero, a capire che la presenza di Baba Yaga nella Città Eterna non fosse dovuta proprio a motivi spirituali: “Sei qui per vedere il Papa?” – gli chiede infatti con un’ironia passivo-aggressiva che probabilmente prevede le grane che in effetti più tardi lo scontro con Cassian porterà nella sede romana di quella vera e propria enclave che è la catena di hotel dove anche gli assassini possono dormire sonni tranquilli. A differenza dell’Osaka del quarto capitolo, John Wick durante le sue vacanze (lavorative) romane tocca tangenzialmente alcuni posti da tour operator – i Fori Imperiali, Piazza Venezia, Piazza Navona ma anche la Scalinata dei Borgia nel rione Monti percorsa da Wick e Cassian rotolandosi piuttosto che camminando – ma reinterpreta in chiave techno appunto le Terme di Caracalla (sbalordendo forse gli statunitensi, popolo con poca storia a cui questo accostamento con la classicità pare ancora oltraggioso) ed una fuga nelle catacombe illuminate con i neon che sembra davvero un mito ctonio dei tempi moderni di quest’action ibridato col noir.

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Proprio la dimensione notturna della Roma di John Wick è, almeno per i codici visivi industriali di Hollywood fino a quel momento tarati sulla luce mediterranea, un’assoluta novità. Prima del film di Stahelski era infatti stato nel 2006 Mission Impossible III, di J. J. Abrams ad ambientare parte della sua tortuosa vicenda a Roma, fotografandola però in pieno giorno e cercando di decuplicarne, orrore per l’orgoglio strapaese, le bellezze attraverso l’impossibile accostamento spaziale tra San Pietro e la Reggia di Caserta. Un paio di fotogrammi di cupole che si ergono tra palazzoni storici e Zhen Lei (Maggie Q) che si muove con la sua Lamborghini arancione tra i sampietrini rappresentavano ancora il poco peso specifico che il set romano aveva nelle volontà degli executive d’oltreoceano. Con Spectre, di Sam Mendes, l’immaginario del capoluogo laziale è ancora scisso tra gli immancabili droni in piena luce e a volo d’uccello sul centro storico, le carrellate in camera-car con vista sul Colosseo e l’arco di Costantino, il funerale di Marco Sciarra ambientato nel quadrato antistante il Museo della Civiltà Romana all’Eur (e fatto passare per una porzione del Verano) ed una prima, importante rivisitazione ombrosa dell’iconografia della città con la fuga nel cuore della notte dell’agente segreto di Sua Maestà che tocca la Fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo, Via della Concilazione con San Pietro, questa volta per davvero e senza rinforzi campani, ben in evidenza per finire poi con l’adrenalinica fuga sul Lungotevere ed addirittura il tuffo dell’Aston Martin nel fiume che taglia in due la città.
Con la nuova ondata di Tax Credit post-pandemia, finalmente inquadrata con la Legge Quadro 220/2016 voluta dall’allora Ministro della Cultura Dario Franceschini, Roma è tornata al centro del discorso filmico portato in avanti da alcuni dei più remunerativi franchise moderni. Così ecco che Dominic Toretto nell’imminente Fast & Furious X dovrà vedersela col minaccioso Dante Reyes (Jason Momoa) in una lotta in giro per il mondo che porterà entrambi a Roma, con riprese che hanno coinvolto senza grossa fantasia il centro storico della Capitale, dai Fori Imperiali a Castel Sant’Angelo, attraversando il Lungotevere Aventino e via del Teatro Marcello. Tra le altre location dove si è girato – con giornali generalisti che come i vecchi almanacchi rendevano conto all’orgoglio italico redigendo un diario giornaliero delle riprese – già dal trailer si possono anche scorgere il Gianicolo e Piazza della Consolazione e, come per il 24esimo film di Bond, ci sarà un inseguimento, questa volta giornaliero, sul Lungotevere tra i bolidi della saga moto-eroistica più lunga degli ultimi tempi. A distanza di 17 anni, anche Ethan Hunt tornerà per il primo episodio del dittico che chiuderà la saga di Mission Impossible, Mission: Impossible – Dead Reckoning, nella capitale italiana con riprese che hanno visto Tom Cruise impegnato in un inseguimento ai Fori Imperiali con una BMW Serie 3 e una moto G310 GS, addirittura entrambe con la livrea della Polizia. Ma c’è stato anche il tempo di girare una scena con una Fiat 500 gialla nei pressi di via Nazionale e vicino la Fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna, a dimostrazione di come la Città Eterna sia ben contenta di concedersi a questo processo di vetrinizzazione turistica che aumenta sicuramente introiti diretti ed indiretti ma dal punto di vista cinematografico la musealizza in una maniera vetusta e sorpassata. Ci vuole un altro John Wick o quantomeno una Ballerina per qualche re-interpretazione più fantasiosa della geografia capitolina

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